Marijuana
e hashish sono sostanze psicoattive prodotte a partire dalla
cannabis (canapa). Quest'ultima è una pianta
erbacea annuale e dioica (presenta cioè esemplari
distinti, su cui si formano fiori femminili o maschili,
anche se in particolari condizioni climatiche e/o ambientali
possono verificarsi casi di ermafroditismo). La canapa,
che appartiene alla famiglia delle Cannabinacee, è
dotata di una radice a fittone che può affondare
anche per più metri nel terreno; la parte aerea è
formata da un fusto eretto e sottile che può raggiungere
l'altezza di 4 metri (e oltre). La ramificazione della pianta
dipende dalla modalità di coltivazione ed è
minima in caso di semina fitta per la produzione di fibra.
Le foglie sono palmato-lobate, costituite da 7 - 11 foglioline
minori, piuttosto allungate e col margine seghettato, che
si diramano a partire dal picciolo.
E'
storicamente controversa la classificazione
della canapa. Linneo, nel 1753 individuò una sola
specie di canapa: la cannabis sativa. Più
tardi (1924) il botanico sovietico Janichewsky classificò
tre diverse specie: la cannabis sativa (alta e
poco ramificata, con portamento piramidale), la cannabis
indica (più bassa, cespugliosa e maggiormente
ramificata) e la cannabis ruderalis (non più
di 50 cm di altezza e senza rami). Più di recente
(1976) i canadesi Small e Cronquist hanno confermato l'originaria
classificazione unica di Linneo pur rendendo conto della
variabilità, consistente nella presenza di due sottospecie:
la sativa (diffusa nelle regioni settentrionali,
ricca di fibre e utlizzata anche per l'estrazione di olio
dai semi) e la indica (tipica dei paesi a clima
caldo e con maggiore contenuto di resina e principi attivi).
La
canapa è originaria dell'Asia centro-meridionale,
ma è ormai presente e coltivata in quasi tutto il
mondo e permane anche allo stato selvaggio in diverse zone
temperate e tropicali.
Dalla
canapa, soprattutto dalla sottospecie indica, si
ottengono l'hashish (la resina dei fiori impastata con miele
o grasso animale) e la marijuana (miscela di varie parti
essiccate della pianta, soprattutto le infiorescenze e le
foglie).
La
consuetudine dell'umanità con la canapa ha origini
molto antiche. Alcuni reperti testimoniano che già
10.000 anni addietro, nell'isola di Taiwan, erano adoperate
corde ricavate appunto dalle fibre di canapa. Altresì
antichissimo l'uso delle stesse fibre per la produzione
di tessuti e vele. Sembra che anche la carta, apparsa in
Cina nel primo secolo dopo Cristo, fosse originariamente
ottenuta dalle piante di canapa. D'altronde l'uso di carta
ottenuta dalla canapa si è protratto fino al secolo
scorso.
In
Europa la storia della
canapa è fondamentalmente "tessile": legata alla
produzione e alla lavorazione
delle fibre. L'uso dei derivati della canapa in relazione
alle proprietà piscoattive è invece appannaggio
storico delle regioni orientali e medio-orientali, soprattutto
per finalità mediche e/o all'interno di pratiche
cerimoniali e religiose. Si ipotizza che la cannabis fosse
già adoperata in età neolitica nelle regioni
corrispondenti all'odierno Afghanistan. Nel 15° secolo
a.c. testi di medicina erboristica cinese citano l'uso della
cannabis. Per quanto riguarda l'India, sembra che vi fosse
maggiormente diffuso l'uso sacrale della pianta: citazioni
al riguardo sono infatti reperibili nella letteratura vedica.
Delle pratiche inalatorie messe in atto dagli Sciti ci rende
conto Erodoto, nel libro IV delle "Storie". L'uso psicoattivo
della cannabis ha inoltre coinvolto gran parte del mondo
islamico.
In
Europa l'uso della canapa relativo alle sue caratteristiche
farmacologiche è molto più tardo. Ciò
è forse addebitabile alla minore
concentrazione di principi attivi nella varietà "sativa",
da tempo coltivata nel vecchio continente. I derivati della
varietà "indica" sembra che abbiano trovato diffusione
in Europa a partire dall'800, sulla scorta della spedizione
di Napoleone in Egitto, da dove iniziarono a giungere in
Europa incontrando l'interesse di molti. Tuttavia sembra
che la conoscenza delle proprietà dei derivati della
"cannabis indica", seppure in modo circoscritto, fosse anche
precedente e se ne trova traccia nel Milione di Marco Polo,
nel Decamerone di Boccaccio e, secondo alcuni, anche nell'opera
di Shakespeare. Ad ogni modo è solo nel corso dell'800
che l'uso di hashish, parallelamente a quello di oppio,
coinvolge un numero consistente di europei.
Principio
farmacologicamente attivo della cannabis è il THC
(delta-9-tetraidrocannabinolo). Tale sostanza è
prevalentemente contenuta nella resina che riveste le infiorescenze
femminili ed è questo il motivo per cui l'hashish
(prodotto proprio a partire dalla resina) ha maggiore potenza
psicoattiva della marijuana. Ancora più concentrato
l'olio di hashish, ottenuto mediante la distillazione di
quest'ultimo e che consiste in una sostanza scura e fluida.
I
derivati della cannabis adoperati per finalità psicoattive
vengono generalmente introdotti nell'organismo per via inalatoria
(fumo) e in questo caso gli effetti iniziano a manifestarsi
in pochi minuti dall'assunzione. Il picco massimo di concentrazione
plasmatica del principio attivo è raggiunto in circa
dieci minuti per poi decrescere completamente nel giro di
due o tre ore. Nel caso in cui il THC venga ingerito (misto
ad altri alimenti o in forma di infuso mescolato al thé)
gli effetti si manifestano in ritardo (iniziando dopo 45
- 120 minuti a seconda che lo stomaco sia o meno vuoto)
e hanno una durata prolungata.
Gli
effetti psicologici che vengono sperimentati dai consumatori
di hashish e marijuana sono piuttosto influenzabili dal
"set" e dal "setting", cioè dalla personalità,
dalle aspettative e dalle motivazioni dei consumatori e
dalle condizioni ambientali e sociali connesse all'uso.
Gli stessi effetti consistono fondamentalmente in alterazioni
dell'umore e delle percezioni (pur se in maniera
meno accentuata, in quest'ultimo ambito, rispetto ad allucinogeni
come l'LSD o la Mescalina).
Gli
effetti fisiologici dei derivati della cannabis possono
essere considerati sia per ciò che riguarda le modificazioni
a breve termine, che in una prospettiva di lungo periodo.
Nel primo caso si segnala tachicardia, vasodilatazione,
aumento della salivazione e della sensazione di fame, irritazione
delle congiuntive (i classici occhi arrossati costituiscono
uno dei principali segni esteriori del consumo, insieme
al tipico atteggiamento fatuo), riduzione dei tempi di reazione,
incertezza nell'equilibrio e nel coordinamento psico-motorio;
possono anche verificarsi episodi di cefalea e di tosse.
A lungo termine possono verificarsi alterazioni del sonno,
congiuntiviti, bronchiti e anche alterazioni immunologiche.
Anche
nel caso degli effetti psicologici, può essere opportuno
distinguere quelli immediati da quelli di più lungo
periodo. Tra i primi si segnalano la dilatazione della percezione
del tempo, l'incremento dell'intensità e della vivacità
degli stimoli sensoriali e delle percezioni, anche legate
alla memoria. Ciò può essere accompagnato
da condizioni mentali di benessere ed euforia, loquacità,
rilassamento, disinibizione. A lungo termine possono evidenziarsi
instabilità dell'umore, trascuratezza personale,
passività, apatia, demotivazione, calo nella capacità
di tollerare frustrazioni, deficit della memoria e dell'attenzione.
Si
segnalano inoltre, non di rado, reazioni psicologiche negative
all'assunzione di derivati della cannabis. Ciò, verosimilmente,
anche in relazione alle condizioni personali di chi effettua
l'esperienza. Tali reazioni possono tradursi in irritabilità,
piccole manie di persecuzione, confusione, ansia, disorientamento
fino a episodi disforici, reazioni di panico, veri e propri
episodi psicotici di vario genere.
La
consuetudine nell'uso di derivati della cannabis si ripercuote
in alterazioni del metabolismo cellulare, nello sviluppo
fetale, nella motilità degli spermatozoi, nella funzione
vascolare, nell'istologia dei tessuti cerebrali e nel sistema
immunitario. Per quanto riguarda l'apparato respiratorio
si può assumere che il "peso" di uno spinello sia
paragonabile a quello di 4 sigarette.
Recentemente
si assiste al dibattito circa il possibile inserimento della
cannabis nella farmacopea, relativamente al suo possibile
utilizzo in medicina, con particolare riferimento
al trattamento del dolore, dell'inapettenza e anche in oculistica.
A nostro avviso ciò non deve far dimenticare che
l'eventuale impiego
clinico di sostanze farmacologicamente attive non
è da collegare ad usi "ricreativi" delle
medesime. Ciò anche (e soprattutto)
in considerazione del fatto che molti indizi suggeriscono
estrema cautela nell'uso di sostanze, come la cannabis,
capaci di alterare la coscienza, la personalità e
altre funzioni fisiologiche.