Il
"fenomeno tossicodipendenza" può essere considerato
sotto diversi
aspetti, cosicché molti
studi, varie modalità di intervento e differenti
tipi di approccio sono stati progressivamente concepiti
e proposti. Varie prospettive sono state suggerite, a seconda
che il punto di vista privilegiato fosse quello biologico,
quello psicologico,
quello sociologico o
afferente ad altre discipline antropologiche.
Prima
di approfondire le diverse prospettive, può essere
utile premettere che in ogni caso, al di là delle
generalizzazioni scientifiche e teoriche, ogni singola e
particolare situazione di tossicodipendenza ha le sue peculiarità,
in relazione alle quali non si ha a che fare esclusivamente
(né fondamentalmente, a nostro avviso) con "oggetti"
di studio, ma con soggetti
portatori di specifico malessere e
disagio.
Detto
questo, può essere utile soffermarsi sui diversi
punti di vista secondo cui è possibile considerare
la tossicodipendenza. La dimensione biologica, quella psicologica
e quella sociale, per quanto convenzionalmente distinte
in ambiti specifici, verosimilmente non sono "compartimenti
stagni" e neanche prevedono rapporti gerarchici o nessi
di causa/effetto unidirezionali. Piuttosto si tratta di
vari aspetti che interagiscono fra loro in modo da esercitare
influenze reciproche e sulla singola persona in cui si incrociano.
La
prospettiva bio-medica
L'approccio
medico-biologico ha per lungo tempo fornito i paradigmi
prevalenti nello studio delle tossicodipendenze e nella
predisposizione delle politiche sociali in materia. Verosimilmente
le categorie interpretative e le modalità d'intervento
conseguenti a tale tipologia d'approccio sono tuttora molto
radicate.
Da
questo punto di vista, in ossequio alle consuetudini delle
specifiche discipline scientifiche, la
droga costituirebbe l'agente
patogeno che, al pari di un
virus, venendo a contatto con
la persona produrrebbe la patologia.
Naturalmente
disconoscere le oggettive proprietà bio-chimiche
delle varie sostanze
d'abuso e le loro
particolari interazioni con l'organismo umano
sarebbe artificioso, tuttavia l'approccio bio-medico non
sembra in grado di fornire soddisfacenti indicazioni circa
le motivazioni (o l'assenza di motivazioni) relative all'incontro
tra la persona e la sostanza e ai modi in cui tale incontro
può o meno essere influenzato dall'ambiente e reiterarsi.
In altre parole, tale punto di vista tende
a escludere dal suo campo
la sfera dei vissuti e delle relazioni
al cui interno l'individuo
pone in atto il suo rapporto con le sostanze d'abuso.
L'approccio
bio-medico privilegia, talvolta in via esclusiva, le interazioni
bio-chimiche tra le sostanze e le strutture somatiche, rivendicando
priorità per tale ambito e tendendo a disinteressarsi
del resto.
Tale
impostazione ha verosimilmente contribuito a interpretazioni
fuorvianti anche in seno all'opinione pubblica, come quella
delle "caramelle drogate" che, propinate a ignari giovani
da parte di loschi figuri, servirebbero a circuire i consumatori:
una metafora che lascia nell'ombra e passiva la persona
nel suo approccio con la sostanza, conferendo a quest'ultima
una preponderanza svincolata dal contesto.
Concezioni
di questo genere, verosimilmente ereditate da certo
positivismo
scientifico piuttosto datato, non sono universalmente accettate
al giorno d'oggi e sembrano piuttosto costituire retaggi
di particolari periodi storici, come quello durante il
quale i pionieri della microbiologia e dell'igiene,
secondo prospettive
eminentemente monocausali, ottennero importantissimi risultati
nella lotta alle malattie infettive.
Appare
in definitiva anacronistico riversare integralmente tali
modelli nello studio delle tossicodipendenze e poggiarvi
la predisposizione degli interventi. Soprattutto trattandosi
di modelli che, oggettivando l'individuo e le sue funzioni,
lo privano della sua storicità, in una pretesa di
"scientificità" alquanto aleatoria. Modelli che individuano
in un agente patogeno "altro da sé" l'unica o fondamentale
causa della malattia, oltretutto esautorando l'individuo
da una partecipazione soggettiva alla propria condizione,
anche ai fini della terapia, spesso ridotta a mero intervento
farmacologico o su questo fondamentalmente
incentrata.
La
prospettiva psicologica
In
tale ambito l'attenzione si sposta dalla sostanza alla persona
che ne fa uso. Perlopiù l'assunzione di droghe, secondo
la prospettiva psicologica, viene considerata manifestazione
di un disagio intra-psichico.
In alcuni casi si è provato a delineare un profilo
di base dei tossicomani, corrispondente a una configurazione
patologica costante; tuttavia tale orientamento non ha
sortito
significativi risultati, soprattutto perché i tratti
frequenti nella personalità di individui con problemi
di dipendenza da sostanze non sembrano essere "specifici"
e si presentano anche in persone che non hanno mai fatto
uso di droghe.
Sigmund Freud evidenziò la
sostanziale corrispondenza fra consumo di droghe
e predisposizione nevrotica.
Egli inquadrò la dipendenza secondo una prospettiva
di regressione agli stadi infantili dello sviluppo
psico-sessuale dell'individuo. Nell'interpretazione
di Freud il comportamento d'abuso è correlato
alle spinte narcisistiche e
a stati maniacali di tipo ossessivo.
Successivamente
altri autori di formazione psicanalitica hanno sottolineato
la correlazione fra gli stati di dipendenza da sostanze
e la
relazione infantile tra
figlio e madre. Il parallelismo si fonda tra la situazione
di disagio/bisogno e la sua soddisfazione (la droga avrebbe
la stessa funzione simbolica del latte materno in un contesto
di astinenza/fame). In tale situazione la dipendenza da
sostanze sarebbe significativa di un'istanza di ritorno
al legame simbiotico con la madre, surrogata dalle sostanze.
Ciò potrebbe essere sintomatico, soprattutto in età
adolescenziale, di una separazione conflittuale dai riferimenti
parentali lungo un difficile percorso di auto-individuazione.
Tuttavia,
anche in relazione a tale prospettiva alcuni autori, fra
i quali Glover , considerano il ricorso alla droga come
un generico meccanismo
di difesa "di fondo", piuttosto
che una specifica categoria psicopatologica. Anche altri
studiosi, come Olievenstein , hanno sottolineato la centrale
difficoltà di strutturazione di un'identità
separata, corrispondente a una sofferenza interiore difficile
da esplicitare e correlata a un doloroso senso
di vuoto.
Altre
modalità di approccio, all'interno delle discipline
psicologiche, spostano l'attenzione dalle variabili intra-psichiche
relative al soggetto al sistema
di relazioni interpersonali nel
cui contesto si esprime una situazione di tossicodipendenza.
Secondo tale prospettiva, sotto l'ispirazione prevalente
del gruppo di Palo Alto,
la tossicodipendenza in quanto comportamento individuale
sarebbe comunque fortemente correlata a dinamiche relazionali
all'interno del nucleo familiare.
Addirittura, secondo alcuni autori, la patologia di un
componente
la famiglia (figlio) potrebbe svolgere importanti funzioni,
come quella di costituire un elemento di coesione per la
famiglia stessa, attorno a un polo tanto problematico quanto
significativo. Nella medesima prospettiva, quella della
tossicodipendenza come fattore
stabilizzante, il soggetto
portatore del sintomo potrebbe sviluppare, in virtù
degli effetti delle sostanze, una percezione di sé
falsamente distante e indipendente, continuando invece,
nella realtà, a rimanere vincolato alla famiglia
per via dei bisogni pratici che la tossicodipendenza comporta
e che non consente di assolvere in effettiva autonomia.
In
ogni caso, secondo la prospettiva sistemico-relazionale,
la famiglia e i rapporti significativi costituirebbero
un elemento molto importante nel radicarsi dei comportamenti
tossicomanici; tuttavia molti autori sottolineano che
ciò non comporta necessariamente e universalmente
l'esistenza di un rapporto univoco di causa/effetto
tra situazione familiare e tossicodipendenza del congiunto.
In
definitiva, secondo il punto di vista psicologico, la tossicodipendenza
sarebbe il sintomo di un malessere "interno" alla persona,
seppure in varia misura correlato a variabili di relazione.
La
prospettiva sociologica
Secondo
tale punto di vista, che non esclude i precedenti,
il contesto socio-culturale in
cui la persona e il suo nucleo familiare sono inseriti avrebbe
un ruolo importante nel verificarsi di situazioni di tossicodipendenza.
Già
negli anni '20 negli Stati Uniti furono condotte indagini,
soprattutto in zone metropolitane marginali, i cui autori
consideravano la tossicodipendenza come espressione di
disorganizzazione sociale.
Da questo punto di vista, determinati comportamenti, considerati
"devianti", sarebbero stati acquisiti attraverso semplici
processi di apprendimento all'interno dei gruppi in cui
erano prevalenti.
Nei
confronti di tale impostazione, oltre le critiche di esasperato
"determinismo culturale", si oppose l'evidenza del fatto
che la tossicodipendenza mostra di travalicare "democraticamente"
i confini di classe, di territorio, di cultura e di tipo
economico.
Altri
approcci hanno associato la tossicodipendenza al concetto
di "disadattamento", derivante da una incolmabile distanza
tra le mete socialmente proposte e i mezzi effettivamente
disponibili per raggiungerle. Secondo tale prospettiva la
tossicodipendenza esprimerebbe una posizione sostanzialmente
"rinunciataria", di
abbandono sia dei mezzi che delle mete.
Anche questo punto di vista, tuttavia, risulta notevolmente
ridimensionato da quando, soprattutto a partire dall'inizio
degli anni '80, dati sempre più consistenti corroboravano
l'ipotesi che le variabili economiche, geografiche e culturali
(quindi legate alla disponibilità di mezzi e opportunità)
non sono discriminanti in relazione al manifestarsi degli
stati di tossicodipendenza.
In
relazione a quanto sopra l'attenzione degli studiosi iniziò
a concentrarsi su un particolare elemento che sembra emergere
in modo significativo: quello riguardante
la condizione giovanile in
quanto popolazione maggiormente coinvolta. A questo proposito
è stato suggerito che la società moderna,
esautorando progressivamente la famiglia per ciò
che concerne la socializzazione
dei giovani (sempre più
appannaggio di altre agenzie educative, di formazione, al
gruppo dei pari e alla comunicazione di massa), avrebbe
posto le basi di una nuova categoria sociale indipendente:
quella giovanile, appunto, non di rado esposta a processi
di emarginazione. Una categoria
sovente in crisi d'identità
anche in relazione alla destabilizzazione
familiare in quanto agenzia fondamentale.
Secondo
vari autori tale situazione, contestuale al prolungarsi
del periodo intercorrente tra l'infanzia e l'età
adulta (incremento della durata di scolarizzazione), favorirebbe
la genesi di una sub-cultura giovanile precocemente matura
sessualmente e culturalmente, ma non professionalmente.
La disoccupazione, in tale contesto, agevolerebbe la mancata
acquisizione di un ruolo responsabile adulto. Tale situazione
sembrerebbe determinare, tra i giovani, un atteggiamento
oscillante tra la passiva adesione a modelli consumistici
e il rifiuto della società che li propone, vissuta
come inadeguata rispetto alle proprie aspettative. La scelta
dei giovani sarebbe dunque tra la prevalenza del bisogno
di integrazione sociale (accettando le istanze della società
del benessere e rimandando alla dimensione del "tempo libero"
le proprie esigenze di autonomia intellettuale ed emotiva)
o la rinuncia oppositiva che può assumere connotazioni
distruttive e/o autodistruttive.
Altri
approcci di tipo sociologico attinenti al tema delle tossicodipendenze
si soffermano sui processi di
"etichettamento della devianza".
Gli autori che adottano tale punto di vista non riservano
fondamentale attenzione al fatto che i "devianti" violano
le norme, piuttosto propongono una prospettiva ribaltata:
il sistema considera deviante chi, attraverso vari meccanismi
formali e informali, é riconosciuto come tale. Questo
processo si svolgerebbe nel campo delle molteplici interazioni
fra gli individui e tra questi e la società, concorrendo
a formare, da un lato (quello dell'"etichettato") sentimenti
di isolamento, pregiudizio dell'autostima, ribellione, crisi
d'identità; e dall'altro (quello del gruppo "etichettante")
atteggiamenti stigmatizzanti, di riprovazione e di emarginazione.
Secondo
tale punto di vista i processi di etichettamento sarebbero
eminentemente strumenti posti in atto dalle classi dominanti
per la tutela e la perpetuazione dell'ordine stabilito.
Il deviante, "costruito" come tale, sarà rinchiuso
in una "gabbia" sempre più stringente, ancorché
non necessariamente materiale.
Concludendo
questa rapida carrellata su sociologia e tossicodipendenza,
una menzione va riservata alla
teoria marxista della devianza.
Secondo tale prospettiva le regole sociali sarebbero strumenti
del potere politico ed economico delle classi dominanti
e i comportamenti devianti costituirebbero evidenti indicatori
delle contraddizioni insite nel sistema capitalista. Tale
consapevolezza conferirebbe valenza politica positiva alle
istanze critiche e contrapposte nei confronti dei meccanismi
di controllo sociale. Tuttavia, a proposito di droga, la
stessa criminologia marxista ha messo in evidenza che la
natura autodistruttiva e ripiegata su se stessa della tossicodipendenza
pone quest'ultima su un piano differente rispetto ad altre
forme di devianza/ribellione: un piano difficilmente compatibile
con una prospettiva di trasformazione della società.
In questo modo, sovente, l'eredità marxista si é
limitata a consegnare i tossicomani esclusivamente ai manuali
di psichiatria.
Conclusioni
A
proposito dei tre ambiti presi in considerazione e correlati
all'esprimersi di ogni situazione di tossicodipendenza (l'individuo,
le sostanze, l'ambiente sociale), appare precipitosa ogni
conclusione che attribuisca peso preponderante (o monocausalità)
a ciascuno. Verosimilmente i tre ambiti, con peso variabile
nelle differenti situazioni, interagiscono fra loro nel
delineare ciascun singolo e particolare evento umano.