Vari
studi sono stati realizzati per individuare le "cause"
della tossicodipendenza e molte ipotesi sono state
formulate al riguardo. Diverse possono essere le prospettive
adottate in ambito scientifico, a seconda delle varie
discipline cui si ispirano gli studiosi e i gruppi di
ricerca, ciò
in relazione a un fenomeno di per sé complesso che,
proprio per questo, si presta ad essere considerato da
molti punti di vista, così come descritto nella
pagina "la
tossicodipendenza: diversi approcci".
Gli
studi concernenti le dipendenze sono inoltre "complicati"
da molti elementi di difficile determinazione, primo
fra tutti quello relativo alla stessa popolazione di
riferimento, in relazione alla forte incidenza del "sommerso" e
quindi ad una certa aleatorietà dello stesso
oggetto di studio. Ad ogni modo, come si può evincere
dai lavori inerenti alla biologia
della dipendenza,
interessanti conoscenze sono state progressivamente acquisite,
soprattutto per ciò che riguarda la vulnerabilità o
meno rispetto al possibile instaurarsi dei comportamenti
di dipendenza.
Nella
medesima e parallela prospettiva rivestono notevole interesse
alcune ricerche attraverso le quali ci si é posti
l'obiettivo di individuare, o perlomeno delineare, alcune
variabili di tipo psico-sociale
che possono favorire l'evoluzione verso stati di dipendenza
o, viceversa, renderne meno probabile la manifestazione.
Molto
significativi, in tale ambito, alcuni studi
prospettici (o longitudinali), cioé
effettuati lungo un certo arco di tempo per verificare periodicamente
il corso evolutivo dei fenomeni indagati.
Ad
esempio, dalla metà degli anni '60, Margaret
Ensminger e Sheppard Kellam, della John Hopkins University,
hanno seguito un gruppo di 1200 alunni delle scuole elementari
di Woodlawn, sobborgo di Chigago. Ripetutamente, nel corso
del tempo e per 30 anni, i componenti del campione e i loro
familiari sono stati contattati per verifiche, valutazioni,
interviste, visite.
L'analisi
dell'imponente massa di dati raccolta dai ricercatori americani
mostra come, già a partire dall'infanzia, possano
evidenziarsi segnali predittivi di una possibile evoluzione
in comportamenti di abuso. Gli stessi dati mostrano altresì
la possibilità di individuare, oltre ai "fattori
di rischio", anche dei "fattori di protezione",
intesi come variabili che sembrano costituire uno scudo
nei confronti del possibile instaurarsi della dipendenza.
In
particolare due tratti caratteristici, fra i molti presi
in considerazione, si sono rivelati particolarmente correlati
col successivo comportamento di abuso: la
timidezza e l'aggressività.
La contemporanea presenza di queste due caratteristiche
conferisce il massimo rischio di successivi comportamenti
di abuso per ciò che riguarda i maschi. Nelle femmine,
invece, queste due caratteristiche non sembrano in alcun
modo correlate alla successiva evoluzione nella dipendenza,
talché le differenze di genere mostrano di meritare
attenta considerazione. In questo senso le ragazze sembrano
maggiormente tutelate dalla salute psichica della madre
e dalle aspettative di quest'ultima, nonché dalla
solidità dei rapporti affettivi all'interno della
famiglia. Variabili, queste ultime, che sembrano esercitare
minore influeza sui coetanei di sesso maschile.
Altre
indagini longitudinali, come ad esempio quella di Judith
Brook, della Mt. Sinai School of Medicine, hanno
confermato che l'aggressività infantile,
soprattutto se associata a precarietà nelle
relazioni familiari,
è un fattore di rischio notevole. Il rischio è
altresì correlato a precoci comportamenti
d'ira, di rifiuto delle regole e di sottrazione alle responsabilità.
La presenza di genitori a loro volta dipendenti da alcol
o droghe incrementa ulteriormente l'esposizione dei figli,
anche per via della frequente incoerenza educativa ("fai
ciò che ti dico ma non fare ciò che faccio
io") che in genere i genitori dipendenti pongono in
atto con molta rigidità. Tra i fattori di protezione
individuati dalla Brook si annoverano la tendenza
psicologica a perseguire mete definite, la presenza
di rapporti familiari solidi, un buon livello di aspirazioni
e aspettative esistenziali, l'interesse e l'impegno
in attività
sociali e religiose, la capacità/possibilità
di identificare modelli di riferimento,
l'orientamento ad attività pratiche (sportive,
ricreative, sociali) che occupino il tempo extra-scolastico.
Hyman
Hops ed i suoi collaboratori dell'Oregon
Research Institute hanno
soffermato l'attenzione sull'impatto delle abitudini
di
uso e abuso dei genitori nei
confronti dei figli. Dai dati raccolti emerge che l'uso
di sostanze (tabacco compreso) da parte dei genitori è
un significativo fattore di rischio. Tale rischio si rivela
accentuato nel caso di padri bevitori,
rispetto a situazioni in cui l'abitudine al bere sia
materna. In ogni caso l'impatto si rivela negativo sia
sui figli maschi che sulle femmine. L'uso parentale di
tabacco e alcol si traduce in rischio, per i figli, non
soltanto riguardo le due sostanze, ma anche per il possibile
approccio a droghe illegali.
Lo
studio di Hops e collaboratori conferma che la presenza
di relazioni familiari solide
e forti
rappresenta per i figli un importante baluardo psicologico
nei confronti della possibile sperimentazione di sostanze
d'abuso a seguito delle pressioni dei coetanei. Viceversa,
la presenza di conflitti familiari, la scarsa attitudine
al confronto e alla risoluzione condivisa dei problemi
quotidiani, la mancanza di sostegno da parte dei genitori
durante i momenti di crisi, determinano un netto aumento
dell'esposizione al rischio di abuso per i figli.
Anche
per ciò che riguarda il rischio
alcolismo vari studi prospettici hanno individuato
variabili psico-sociali precocemente correlate ai
successivi comportamenti d'abuso. Nel corso degli
anni '80, sia dagli studi di Zarek e
collaboratori che da quelli di Donovan e
collaboratori emergeva che la prolungata abitudine all'abuso
di bevande alcoliche era preceduta da alcuni tratti peculiari:
tendenza a comportamenti socialmente sgraditi, enfasi sulla
propria autonomia, incapacità
di dominio sul proprio comportamento e sui problemi
da questo derivati, insufficiente applicazione nelle attività
scolastiche, difficoltà nella
gestione emotiva e nelle relazioni interpersonali,
assenza di modelli di riferimento parentali o extrafamiliari,
situazione familiare conflittuale.
A
proposito di relazioni familiari,
Shaffer nel 1998 ha proposto
un'analisi fondata su vari studi. Egli ha indicato due dimensioni
bipolari (controllo / autonomia e affetto / ostilità)
per considerare quattro possibili "climi" nelle realazioni
educative fra genitori e figli. Secondo l'impostazione
di Shaffer la combinazione controllo-ostilità
sarebbe la più favorevole per lo sviluppo di
tratti nevrotici nei ragazzi,
con relative difficoltà nell'assunzione di ruoli
adulti, tendenza all'isolamento, presenza assidua e intensa
di sensi di colpa, tendenza alla depressione e a comportamenti
rinunciatari, impulsività. Elementi, questi, che
sembrano costituire seri fattori di rischio per l'instaurarsi
dell'alcoldipendenza.
Viceversa,
una relazione fondata sulla diade affetto-autonomia
posta in atto da genitori vigili,
protettivi e affettuosi ma parallelamente capaci di stimolare
e accogliere l'esplorazione e l'indipendenza, produrrebbe
nei figli una condizione di apertura e sicurezza favorevole
alla crescita di una personalità serena.
La
combinazione affetto-controllo , sempre secondo
Shaffer, sarebbe tradotta dai figli in comportamenti obbedienti
e sottomessi, ma scarsamente orientati alla creatività
e all'indipendenza. Infine, il clima familiare fondato su
ostilità-autonomia (carenza di controllo)
potrebbe generare situazioni caratterizzate dalla chiusura
affettiva e quindi sfociare, nei figli, in personalità
tendenti all'aggressività, scarsamente orientate
a relazioni sociali costruttive, carenti nell'autocontrollo
e potenzialmente rivolte al consumo di droghe illecite.