L'oppio
si ricava dal papaverum somniferum
(varietà album), che è originario dei paesi del Medio Oriente.
Il gambo del papavero da oppio (famiglia delle Papaveracee),
che può raggiungere e superare un metro di altezza, si presenta
rigido e vuoto, avvolto dalle grandi foglie dentate e senza
picciolo; anche i fiori sono di notevoli dimensioni e risultano
formati da quattro petali, il cui colore varia dal bianco
al lilla, attraverso il porpora, con una macchia scura alla
base. Numerosi semi sono racchiusi nel frutto, costituito
da una capsula (treto) che può raggiungere le dimensioni
di una noce.
Il
papavero da oppio è tradizionalmente coltivato in Turchia,
Iran, Cina, Sud-Est asiatico e in Europa. Anche in altre
zone del pianeta sono presenti coltivazioni, talvolta destinate
all'estrazione di sostanze per il mercato illegale. Ad ogni
modo il papavero sonnifero è anche coltivato a scopi ornamentali
nei giardini delle zone temperate e calde di Europa e America.
Non di rado, inoltre, il papavero sonnifero (da non confondere
col comune rosolaccio) cresce spontaneamente a margine di
campi coltivati.
Del
papavero sonnifero possono essere utilizzati i semi che,
assolutamente privi di sostanze stupefacenti, forniscono
oli alimentari ricchi di lecitina e quindi di buon valore
dietetico, soprattutto in relazione al controllo del livello
di colesterolo nel sangue. I semi del papavero sonnifero
sono inoltre tradizionalmente usati, in alcune zone, per
arricchire il pane o in pasticceria.
Dalla
capsula matura del papavero sonnifero, immediatamente dopo
la fioritura, mediante incisione, si ricava una sostanza
lattiginosa: quest'ultima, condensata e scurita (dall'ossidazione
a contatto con l'aria), costituisce l'oppio.
L'umanità
ha una lunga (e spesso triste) consuetudine con l'oppio.
Sappiamo che già i Sumeri, in Mesopotamia, fin
da 6000 anni fa, erano a conoscenza delle proprietà
narcotiche di questa pianta. Sappiamo anche che gli Egizi
usavano derivati del papavero come calmante per i bambini
e che Greci e Romani ne sfruttavano gli effetti antidolorifici.
Una miscela di oppio e alcool, il Galenos, era impiegata
per il trattamento di svariati disturbi tra cui cefalee,
problemi di vista, epilessia, febbre, sordità e lebbra.
Sembra che un famoso Imperatore, in seguito a cure prolungate
con tale preparato, ne sia rimasto dipendente. Notizie sull'oppio
ci pervengono da Teofrasto (III secolo a.C.) e da Dioscoride,
che distingueva l'opos estratto dalle capsule immature
dal mekonion consistente nell'estratto dell'intera
pianta.
In
seguito, molto probabilmente, furono i medici arabi, durante
il medio evo, a diffondere l'uso dell'oppio in Asia e in
Europa, anche in relazione alle sue proprietà antidiarroiche.
A
partire dal XVIII secolo, diffusione, uso ed abuso di oppio
conobbero un notevole incremento, con crescente interesse
per le sue caratteristiche "ricreative".
Progressivamente,
durante l'800 e in concomitanza
con la Rivoluzione Industriale, l'oppio diventò una
sostanza molto diffusa e accessibile in Europa, ciò anche
in relazione all'abbattimento dei prezzi: l'Inghilterra
possedeva nelle Indie piantagioni di papavero molto estese
e poteva commercializzarne i prodotti a prezzi dieci volte
inferiori a quelli degli alcolici. Tale situazione determinò
un proliferare degli stati di intossicazione
e di dipendenza, fino ad una vera epidemia con danni
sociali e sanitari più gravi di quelli dovuti all'alcolismo.
Sul mercato erano presenti in modo massiccio elisir, cordiali,
polveri e sciroppi a base di oppio, prodotti industrialmente.
La seduzione dell'oppio non mancò di coinvolgere intellettuali,
letterati ed artisti e di esprimersi attraverso di essi.
Parallelamente
l'oppio fu anche al centro di eventi bellici, ricordati
nei libri di storia: tra il 1839 e il 1942 fu infatti combattuta
la prima guerra dell'oppio.
Lin Tse Hsu, funzionario cinese, varò un provvedimento
che proibiva l'ingresso in Cina di 20.000 casse che i contrabbandieri
inglesi volevano commercializzare (il consumo di oppio prosperava
in Cina, nonostante nel '700 il governo avesse riesumato
un vecchio editto imperiale che ne proibiva l'importazione).
Nei tre anni di guerra, cui l'oppio probabilmente aveva
solo fornito un pretesto, gli inglessi conquistarono e saccheggiarono
diverse città costiere (fra cui Shangai e le isole
di Hong Kong), così ottenendo l'obiettivo della disponibilità
di porti per il commercio con l'occidente colonialista.
Alla fine l'esito della guerra fu davvero sfavorevole alla
Cina costretta a sottoscrivere il rovinoso "accordo
di Nanchino". Sccessivamente, fra il 1856 e il 1860
una seconda guerra dell'oppio vide ancora l'Inghilterra,
alleata con la Francia, combattere contro la Cina.
L'oppio
contiene oltre venti alcaloidi (composti organici azotati)
attivi sul sistema nervoso centrale umano. Di questi il
principale e fondamentale é la
morfina, responsabile delle
proprietà farmacologiche dell'oppio stesso. La morfina
in genere costituisce il 10% circa della massa complessiva
di oppio. Oltre la morfina, nell'oppio sono presenti, seppure
in minore percentuale, codeina, narcotina, tebaina e varie
altre sostanze di struttura simile o diversa, come la papaverina.
Per
quanto riguarda altre informazioni farmacologiche relative
all'oppio, rimandiamo alla pagina relativa ad eroina e morfina,
seguendo il link sopra indicato. L'oppio presenta infatti
attività farmacologiche assolutamente sovrapponibili
a quelle del suo alcaloide principale, fatto salvo per la
forma specifica, consentendo l'esclusivo uso orale o inalatorio
(fumo), che procura effetti meno intensi e meno rapidi a
dosi equivalenti.
In
Italia (anche in base a specifiche convenzioni internazionali),
l'oppio, come altre sostanze stupefacenti, é sottoposto
a vincoli restrittivi di tipo legale, con particolare riferimento
alla produzione, al commercio, alla detenzione. Gli usi
leciti sono relativi all'industria farmaceutica e alla ricerca
scientifica, secondo procedure attentamente codificate.