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 Le Regole
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antonio
Moderatore

Italy
Messaggi 2068

Spedito - 06/11/2003 :  17:41:43  Mostra profilo  Clicca per vedere antonio's l'indirizzo Messanger MSN
Riflettevo su un argomento che, verosimilmente, ha un grosso rilievo relativamente ai vari e differenti percorsi di superamento della dipendenza attiva. Tale argomento è quello che dà titolo alla presente discussione. Quello delle “regole” mi sembra costituire un argomento che, non a caso, sta alla base di tutti i differenti percorsi di recupero.

Tutte le organizzazioni che si propongono di fornire sostegno e aiuto lungo il percorso di acquisizione e mantenimento dell’astinenza, verso la sobrietà, pongono infatti alla base del proprio operare delle “regole”. Queste regole possono comunque differire, tant’è che ogni “programma” ne adotta di particolari.

La domanda che potrebbe sorgere spontanea allora è: se le regole sono diverse, come mai i vari percorsi riescono, in vari casi, a consentire significativi progressi a differenti individui? Allora non esistono regole più o meno valide, più o meno opportune?

Io ritengo che la questione vada affrontata con attenzione. Anche perché dalla prospettiva di cui sopra potrebbero trarsi tendenziosi argomenti volti a sminuire l’importanza delle regole. E invece io credo che, quando si attribuisce molto valore al significato delle regole all’interno dei percorsi di emancipazione, non si prenda un abbaglio: tutt’altro.

Tuttavia io credo che bisogna considerare la questione secondo una prospettiva particolare. Intendo dire che, dal mio punto di vista, non mi soffermerei tanto sul “contenuto” delle regole, quanto sul loro “valore intrinseco”.

Le regole mutano. La storia delle società, dei gruppi umani, può essere letta anche come un continuo processo di creazione e revisione delle regole che disciplinano la convivenza umana.

In tale prospettiva io penso che il problema con cui ci confrontiamo vada affrontato con grande discernimento. Secondo me, quando parliamo di “regole”, sia in generale che all’interno di specifici percorsi di recupero, non dobbiamo porci il problema in modo semplicistico. Ritengo che si corra il rischio di adottare dualismi fuorvianti, come se il problema del singolo oscillasse fra la cieca e passiva obbedienza alle regole e, viceversa, la loro aprioristica messa in discussione e trasgressione. A mio avviso tale prospettiva è riduttiva e inadeguata. Tossica da un lato e dall’altro.

Io ritengo che le variabili psicologiche e relazionali abbiano importanza tutt’altro che trascurabile in relazione ai percorsi di entrata nella dipendenza attiva e di uscita da essa. Premetto che quando mi riferisco a “regole” non mi riferisco eminentemente, né fondamentalmente, a quelle di tipo giuridico, “scritte”. Esistono molti tipi di regole, esplicite o implicite. E soprattutto esistono tanti processi attorno ai quali le regole vengono elaborate, costruite, condivise, accettate o meno. E attorno alle regole ruotano tante altre dimensioni sociali e psicologiche (relazioni e vissuti), non ultima quella dell’affettività e delle emozioni.

Ecco, io penso che, al di là delle differenze “contingenti” (relative al “contenuto” particolare), il confronto interpersonale, di gruppo, e anche dell’individuo con se stesso, attorno all’asse “normativo” in quanto valore sociale fondamentale, sia un ambito irrinunciabile all’interno del quale impostare un serio percorso di recupero, se lo si desidera.

Per questo io ritengo che l’impostazione dei programmi di recupero attorno a delle “regole” sia irrinunciabile. Proprio per consentire all’individuo la possibilità di interiorizzare e organizzare, nei rapporti con gli altri, delle competenze imprescindibili nella vita pratica e di relazione (se si desidera condurla con sufficiente costrutto e soddisfazione). Fermo restando che la vita sociale ci conduce in diversi ambiti, per diversi ruoli ricoperti (professionali, familiari, ricreativi, ecc…), caratterizzati da regole diverse. In tale prospettiva mi sembra a maggior ragione importante non l’adesione o la trasgressione rispetto alla specifica norma, ma l’interiorizzazione delle competenze di base (soprattutto emotive) utili a un proficuo inserimento nella complessa dialettica di cui si tratta.

Scusatemi per le elucubrazioni.

Se volete esprimere le vostre opinioni al riguardo, sarò lieto di leggerle.

Saluti affettuosi

Antonio







peppe
Ospite Senior

Italy
Messaggi 827

Spedito - 06/11/2003 :  20:30:59  Mostra profilo  Clicca per vedere peppe's l'indirizzo Messanger MSN
Sono daccordissimo con te. Ogni essere umano deve prefiggersi delle regole, anche se non scritte, al fine di vivere una vita dignitosa.
Complimenti per come ha sviscerato l'argomento.
Ti abbraccio e a presto.
Peppe








Peppe
peppe@insiemesenza.org
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Maira
Ospite gradito

Messaggi 194

Spedito - 03/01/2004 :  16:55:14  Mostra profilo  Clicca per vedere Maira's l'indirizzo Messanger MSN
Grazie Antonio, come al solito per il tuo intervento, preciso, puntuale e pertinente (moltissimo per me).

Sono d’accordo sul fatto che non importa tanto soffermarsi sul contenuto delle regole, ma sul valore terapeutico che l’apprendimento del rispetto di queste comporta.
Uno dei fattori fondamentali che influenza negativamente un individuo che fa uso di sostanze, è proprio l’assoluta mancanza di regole. Sia essa dovuta ad un rigetto “ideologico” di esse , sia al piacere della trasgressione in sé.
In ogni caso, durante l’uso di sostanze, la trasgressione di qualsivoglia regola, consapevolmente o meno posta in essere, è inevitabile.
E’ per questo che diventa fondamentale per un soggetto che deve reintrodursi nella società , e comunque vivere rapporti interpersonali non inficiati dalla sostanza , imparare il rispetto di esse. E ciò non soltanto nei confronti degli altri, ma anche relativamente a se stesso.
Ma l’apprendimento del rispetto di queste, senza l’interiorizzazione e consequenziale condivisione, sarebbe una passiva accettazione aprioristica.
(Lo so tu hai messo in guardia da un approccio troppo semplicistico)
Io ritengo sia altrettanto opportuno, acquisire, sviluppare e coltivare un sano senso critico, al di là del valore che una norma ha in quanto fondamento di una società.
Il rischio che si corre in alcuni percorsi è il manifestarsi di uno schiacciamento dell’indole dell’individuo, l’appiattimento verso forme di pensiero “buoniste” e “perbeniste”, quasi a voler far da contrapposizione “necessaria” ed “inevitabile” ad un periodo “ di dissipazioni”, dominato dal “vizio” e non dalla “virtù”.
D’altronde un altro rischio si correrebbe, cioè l’impossibilità per l’individuo (umano), di attenersi ad esse pienamente , senza cadere in contraddizione, provocandone senso di inadeguatezza e inevitabili sensi di colpa.

Detto questo, io condivido appieno il tuo intervento ,Antonio, di ben più ampio respiro, ma sottolineo questo aspetto perché ovviamente mi interessa particolarmente.
Non è mai facile distinguere, specialmente per persone confuse e sbandate.
Ma mi chiedo come si impara il senso critico, se non lo si possiede naturalmente ? E ancora, come si distingue questo, da una eventuale ennesima ribellione alle “regole”? Presupponendo che l’individuo cerchi ovviamente di essere sinceramente “onesto” con se stesso.

Sono domande retoriche e forse nessuno, a parte se stessi, può rispondere, ma io le lancio lo stesso, augurandomi che a qualcun altro stia a cuore magari parlarne.

P.S. ricordo che c'è stato un altro intervento dove si è affrontato questo argomento, credo in termini di "moralismo", comunque spero che per voi non sia una noiosa ripetizione, ( per me non lo è) nel qual caso me ne scuso in anticipo.







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antonio
Moderatore

Italy
Messaggi 2068

Spedito - 04/01/2004 :  13:16:23  Mostra profilo  Clicca per vedere antonio's l'indirizzo Messanger MSN
Citazione:
Il rischio che si corre in alcuni percorsi è il manifestarsi di uno schiacciamento dell’indole dell’individuo, l’appiattimento verso forme di pensiero “buoniste” e “perbeniste”, quasi a voler far da contrapposizione “necessaria” ed “inevitabile” ad un periodo “ di dissipazioni”, dominato dal “vizio” e non dalla “virtù”.
D’altronde un altro rischio si correrebbe, cioè l’impossibilità per l’individuo (umano), di attenersi ad esse pienamente , senza cadere in contraddizione, provocandone senso di inadeguatezza e inevitabili sensi di colpa.

Cara Maira,

Ritengo che tu abbia individuato uno dei nodi centrali e di grande delicatezza rispetto agli argomenti in discussione. Io sinceramente non penso di potere fornire delle risposte definitive, al riguardo. Penso anche che la faccenda possa essere considerata da molti punti di vista e che abbia molte sfumature.

Ci troviamo, mi sembra, sul filo di una lama, o, se preferisci, sulla cresta di una catena montuosa.

Io la vedo così: da un lato abbiamo le richieste del “gruppo” (o società) che, per la propria stessa sussistenza e per il perseguimento dei fini comuni, richiede a ciascun individuo un certo grado di adattamento (e quindi di rinuncia alle proprie istanze esclusivamente egoistiche). Dall’altro abbiamo l’istanza parallela (preferisco, tutt’altro che casualmente, non dire “avversa”) e cioè quella dell’”individuazione” appunto, per cui l’individuo è stimolato e autostimolato alla realizzazione della propria autonomia e dunque al perseguimento dei propri desideri e prerogative particolari.

Mi sembra che tale “dicotomia”, o meglio complementarietà, sia tanto più significativa laddove scopi e obiettivi (sia dell’individuo che del gruppo) riguardano proprio, direttamente e intrinsecamente, la “malattia” di cui trattiamo.

Io penso una cosa: se il punto di partenza del “gruppo” o della “società” fosse una critica moralistica e perbenistica dello stile di vita altrui, un atteggiamento aggressivo nei confronti di supposte “trasgressioni degeneri” altrui, allora la faccenda avrebbe determinati aspetti e considererei in un certo modo l’”imposizione” delle regole.

Ma se, viceversa, il punto di partenza fosse l’esigenza dell’individuo e del gruppo di sottrarsi al malessere o di prevenirlo attraverso la partecipazione a un sistema di regole (ivi comprese eventuali procedure di revisione delle stesse), considererei molto diversamente la “socializzazione” delle regole in un ambiente disponibile a ciò.

Fermo restando che, a mio avviso, nessuno può andare in casa altrui e pretendere di “dettare legge” (perché altrimenti potrebbe benissimo starsene per i cavoli suoi).

Una distinzione simile adotterei considerando gli atteggiamenti nei confronti della “trasgressione”.

Una cosa credo sia l’atteggiamento che “impone” e distribuisce le punizioni o sanzioni relative. Ben altro, mi sembra, quello che rivendica dignità al sistema sociale delle regole e, salvaguardandolo (anche perché funzionale al benessere comune dei liberi aderenti), chiede all’individuo di rendere conto, non necessariamente o non esclusivamente ai fini della “punizione” o della “contrizione”, a se stesso e/o agli altri, di eventuali (piccole o grandi) defaillances.

Quanto poi all’atteggiamento di ciascuno nei confronti della propria “trasgressione” e dei sensi di colpa conseguenti, anch’io ricordo una precendente discussione al riguardo e non considero affatto ripetitivo ricordarla. Si intitolava appunto “senso di colpa” ed è su questa stessa bacheca.

Tu chiedi:
Citazione:
...come si impara il senso critico, se non lo si possiede naturalmente ? E ancora, come si distingue questo, da una eventuale ennesima ribellione alle “regole”? Presupponendo che l’individuo cerchi ovviamente di essere sinceramente “onesto” con se stesso.


Mi piacerebbe avere una risposta definitiva al riguardo e poterla condividere con te. Ma personalmente ritengo che, stanti certi limiti umani (e in primo luogo i miei), mantenere una ragionevole dose di dubbio, riguardo la distinzione fra "sereno senso critico" ed "ennesima ribellione", possa aiutare non poco a trovare coerenza e proficuità lungo certi percorsi e che possa anche aiutare ad affinare il primo.

Un saluto affettuoso

Antonio









Modificato da - antonio il 04/01/2004 13:40:17 Vai ad inizio pagina
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