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antonio
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Spedito - 23/08/2003 : 12:47:27
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Il termine che dà titolo a questo intervento viene spesso utilizzato in riferimento a familiari o congiunti di persone coinvolte nella dipendenza. L'aneddotica é, al riguardo, abbastanza vasta e variegata. Tuttavia non intendo soffermarmi sugli aspetti pratici di tale "fenomeno", bensi desidero provare a delinearne, nei limiti delle mie capacità e della fallacia del mio punto di vista, alcune caratteristiche per così dire, "di fondo".
Vengo e mi spiego. (O perlomeno ci provo).
In generale potremmo dire che per "codipendenza" si intende, in "certi ambienti" (e senza volere colpevolizzare alcuno) la messa in atto più o meno consapevole, da parte dei familiari, di una serie di comportamenti e/o atteggiamenti che hanno l'effetto diretto o indiretto di "sostenere" la dipendenza del congiunto.
Questo punto di vista può essere accettato, criticato o rifiutato anche perché, fondandosi su affermazioni alquanto generiche, difficilmente può rendere conto della realtà effettiva delle particolari situazioni. Ad ogni modo io penso che, al di là degli specifici comportamenti, possa essere utile riflettere sul "substrato" emotivo da cui traggono origine.
In questo ultimo ambito, quello emotivo, pur non volendo generalizzare, sono dell'opinione che in certe situazioni (soprattutto riferite a familiari di sesso femminile) la "codipendenza", indipendentemente dal "sostegno" o meno al congiunto, vada considerata per se stessa. E cioé una vera e propria dipendenza del familiare dal congiunto dipendente. Intendiamoci, non intendo fare di tutta l'erba un fascio, anche perché non di rado altri familiari, magari di sesso maschile, possono "vivere" le cose in modo alquanto differente.
Smettere di usare sostanze e consolidare progressivamente la propria sobrietà non é facile, emotivamente parlando.
Smettere un certo tipo di approccio nei confronti del familiare dipendente può presentare, forse, difficoltà molto simili.
In taluni casi il parallelismo può condurci, a mio avviso, di fronte ad analogie davvero sconcertanti.
Ricordo un familiare, di sesso femminile, angosciato dalla sorte del proprio congiunto dipendente. E proprio in concomitanza dell'esordio del proprio congiunto in un percorso d'astinenza, questo familiare paventava angosciandosi, per certi aspetti ossessivamente (al di là delle effettive probabilità, comunque significative, dell'evento) l'imminente ricaduta del congiunto o altri inevitabili e permanenti guai connessi allo stato mentale di quest'ultimo.
Come quando, durante una crisi di astinenza, si é "compulsi" verso qualcosa che si sa essere fortemente connessa al proprio malessere e che sembra "dominare". Come una sorta di coazione a ripetere maligna.
In situazioni del genere mi sembra che gli stati d'animo dei familiari possano essere straordinariamente simili a quelli delle persone dipendenti: ossessività, compulsività, depressione, senso di vuoto, sbalzi dell'umore. Una vera e propria sindrome d'astinenza con possibili recidive.
Quando (garbatamente e senza volpevolizzare nessuno) si dice che i familiari devono fare il proprio percorso in-dipendente si dice, a mio avviso, una cosa sacrosanta. E non a caso molte organizzazioni si attrezzano in questo senso.
"Ma io non so se riuscirò mai a trovare una mia serenità indipendentemente dal mio congiunto", mi diceva quella familiare. Esattamente come il suo congiunto, dopo solo pochi giorni di astinenza, avrebbe detto: "ma io non so se riuscirò mai a trovare la mia serenità indipendentemente dalla sostanza".
Secondo me la risposta, in entrambi i casi, é: sì, é possibile. Come é possibile ricostruire i rapporti nel tempo (non poco) dopo averne attentamente risistemato o cambiato le basi.
Dell'altro credo che si potrebbe aggiungere in relazione a questo argomento, che a mio avviso presenta molte sfumature e implicazioni. Ma non voglio annoiarvi ulteriormente Se a qualcuno interessa definirne qualche aspetto, però andiamo avanti. Intanto vi invio un caro saluto Antonio
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pesci
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Spedito - 26/08/2003 : 23:35:43
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non annoi affato... ti prego se puoi aggiungi dell'altro , trovo l'argomento molto interessante grazie perchè mi aiuti a riflettere con affetto antonella
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idem
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Spedito - 28/08/2003 : 11:39:23
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Caro Antonio, tutto cio' che hai scritto e' sacrosanta verita'... Parlo da familiare co-dipendente e mi specchio nitidamente nella tua descrizione. So bene di essere dipendente dalla vita del mio familiare che a sua volta dipende da sostanze. Quando dico dipendente e' perche', inconsciamente, tutta la mia vita ruota attorno alla sua...nel senso che se lui sta bene sto bene anche io e se lui sta male sto male anche io. Queste cose le ho sperimentate sulla mia pelle e ne ho preso coscenza guardandomi dentro con l'aiuto degli altri. Per questo dico sempre che la dipendenza nasce in famiglia e siamo noi familiari i primi ad ammalarci. Provate ad andare a ritroso, spolverando i ricordi...noi siamo dipendenti dalla loro felicita' fin da quando erano bambini. Li vogliamo felici perche' cosi' possiamo essere noi stessi felici. Forse siamo anche un bel po' egoisti...perche' non vogliamo farli passare attraverso la sofferenza impedendogli cosi' la crescita. Se il mio familiare soffre ( e quindi cresce) io soffro e siccome non voglio soffrire faro' di tutto per evitargli la sofferenza...vivendo io al posto suo la sua vita. Cosi' facendo gli porto via un pezzo di vita...non lo faccio vivere in pieno. La vita comporta anche sofferenza e la sofferenza nasce anche attraverso la rinuncia, ma il mio familiare non deve conoscere la sofferenza e cosi' neppure la rinuncia...e cosa ne viene fuori? Viene fuori che il nostro familiare si abitua a non soffrire, si abitua a non rinunciare...fin da quando e' in fasce. Si abitua a dipendere da qualcuno o da qualcosa che non gli faccia sentire la sofferenza che fa parte della vita. Si abitua a non voler crescere a non volere le responsabilita' e quindi a non voler vivere quando la vita gli presenta il conto che noi non riusciamo piu' a pagare al loro posto. Si' Antonio, leggendo quello che hai scritto hai rafforzato la mia convinzione che la dipendenza e' una malattia che nasce in famiglia e che i familiari sono i primi ad esserne colpiti...purtroppo i sintomi di questa malattia si manifestano molto piu' in la' nel tempo e in modo sconvolgente colpendo, ovviamente, la persona piu' debole, quella meno preparata, quella che i familiari hanno sempre protetto. Ma non perdiamoci d'animo a tutto si puo' mettere rimedio...la cosa importante, per iniziare, e' rendersi conto di avere bisogno di aiuto e non colpevolizzarci per le nostre mancanze...in fin dei conti siamo anche noi malati come lo sono loro. Percorsi in-dipendenti possono aiutare noi e il nostro familiare. Grazie per la riflessione Daniela
idem
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Marilena
Ospite accreditato

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Spedito - 28/08/2003 : 17:11:04
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Grazie per lo spunto di riflessione Quando ho deciso, 4 anni fa, di chiedere aiuto per il mio problema con l'alcool avevo compreso già da parecchio tempo che in realtà qualcosa di più profondo albergava dentro di me. Io non sono mai stata quella che nell'ideario comune può essere definita "l'alcolista"! Niente angoli di strada. Mai troppa gente a contatto con me tanto da riuscire rendersi effettivamente conto dei miei problemi. Niente alcol al mattino o in situazioni "ufficiali". Spesso smettevo. Quando smettevo? Smettevo in quei periodi in cui il mio isolamento (soprattutto mentale) scompariva. Smettevo nei periodi in cui mi sentivo amata. Smettevo in quei periodi in cui mi sentivo "utile". Potevo sentirmi "appagata". Occuparmi dei problemi altrui, oggi lo so, era un modo per soffocare l'ansia maledettissima che sentivo dentro di me. Era la risposta a quel bisogno di amore atavico, enorme, incofessabile. Dovevo essere forte. Gli altri si aspettavano qualcosa da me. Io non potevo deluderli. Questo mi dava la necessaria forza per non affondare. Quando ho smesso di bere avrei voluto da subito affrontare tutti i miei problemi di dipendenza e tutti in una volta. Dicevo spesso in quei giorni che smettere di bere non mi bastava, dovevo andare oltre. Cominciai a leggere anche materiale di altre associazioni che sulla scia del programma di A.A. affrontano le varie dipendenze come i CO.DA che si occupano di codipendenti e gli ACOA che si occupano di figli adulti di alcolisti o di famiglie con disagi. Ero e sono convinta che un disagio così grande, tanto da portarti all'uso di sostanze per alterare il tuo stato mentale, psicologico e fisico dovesse avere radici profonde. Il contatto con questi gruppi mi ha dato ulteriore sostegno, ma io volevo andare ancora oltre.... Grazie all'aiuto di alcuni amici A.A. ho capito che dovevo cominciare a piccoli passi... Ho festeggiato così il mio primo anno di sobrietà. I problemi di dipendenza dagli altri che l'alcol aveva in qualche modo sedato erano però ritornati più forti e pressanti di prima E nel frattempo anche tanta paura. Passavo da una richiesta di amore..... ad un paura di abbandono....ad una fuga.....ad una richiesta di amore....ad un paura di abbandono....ad una fuga..... Un casino!! Per questo neanche i miei amici alcolisti potevano aiutarmi. Alcuni non sapevano, altri non potevano, altri ancora erano troppo presi dai loro problemi da riuscire a capire i miei. Finalmente raccolsi una ulteriore dose di umiltà e chiesi aiuto ad una professionista. Con lei ho attraversato momenti difficili. Ho analizzato quanti e quali erano e purtroppo, sono, i problemi all'interno della mia famiglia (per inciso: mai riconosciuti dai miei familiari). Ho perdonato e ho chiesto perdono. Soprattutto però ho cominciato a guardare la mia alterità e ho cominciato a sentirmi PERSONA amabile, indipendentemente dagli altri. Il rischio di cadere nella codipendenza però è rimasto alto. Noi siamo un gruppo di auto-aiuto. Ci occupiamo del nostro recupero... ma vicendevolmente "ci" diamo aiuto. Non è raro in questi casi accorgersi della dipendenza che si viene a creare in questi legami. A volte il grado di recupero individuale, non essendo supportato da una profonda accettazione di sè stessi, si ferma, purtroppo, a quello che noi definiamo mettere "il tappo alla bottiglia" ossia smettere di bere e stop. Possono così nascere situazioni di dipendenza dall'altro. Spesso però anche laddove vi è crescita nel recupero possono verificarsi incidenti similari. Così come diceva Idem: Se il mio familiare soffre ( e quindi cresce) io soffro e siccome non voglio soffrire faro' di tutto per evitargli la sofferenza...vivendo io al posto suo la sua vita. Cosi' facendo gli porto via un pezzo di vita...non lo faccio vivere in pieno. E' chiaramente un tipo diverso, ma comunque sempre di egoismo si parla. E io ne parlo a pieno titolo. Ho vissuto nella paura di non riuscire ad essere di aiuto. Nella paura che il mio familiare (perchè i miei compagni di recupero sono tutti miei familiari) potesse farsi male. Oggi ho capito che posso esserci quando cadrà, ma non potrò evitargli la caduta se lui non vorrà. Grazie nuovamente Serene 24 Marilena
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bucaneve
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Spedito - 29/08/2003 : 19:04:41
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Avete espresso tutti dei concetti che condivido fortemente e ho gradito veramente molto questi interventi, scaturiti dalla precisa analisi di Antonio. Credo che qualche volta il familiare di un dipendente possa anche confondere l'amore verso il congiunto con il suo bisogno di sentirsi utile a lui. In fondo, la dipendenza di un figlio, marito, fratello, vine vissuta come un abbandono...come una mancanza d'amore verso chi invece lo ama...e sentirsi di nuovo utili, qualche volta indispensabili, ci fa sentire amati. E non ci rendiamo conto che invece è una sorta di "sfruttamento" da parte del familiare e di dipendenza affettiva nostra. Io stessa, che ho vissuto un periodo di simbiosi con mio figlio, a un certo momento ho capito che eravamo dipendenti uno dall'altra e, pur soffrendone, ho approvato il fatto che se ne andasse via da casa e incominciasse a correre da solo. L'esperimento è in parte riuscito ma in parte la dipendenza (più sua che mia, sinceramente), continua. Non è facile comunque trovare il modo giusto per staccarsi un po'....credo che convenga procedere piano anche andando per tentativi, però con l'obiettivo di raggiungere quel sano distacco che si rivelerà utile a tutti.
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antonio
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Spedito - 29/08/2003 : 20:31:29
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Ciao Pesci, sinceramente non so cos'altro potrei aggiungere a quanto hanno esposto Idem, Bucaneve e Marilena. Posso solo ringraziarle per il contributo di consapevolezza che hanno voluto mettere a nostra disposizione. Semmai rifletto su una parola che ricorre nei loro interventi: "egoismo". E noto come, nell'ambito delle dipendenze, tale caratteristica sembri essere camaleontica e capace di camuffamento. Sembra che a volte il preteso o supposto "altruismo" nei confronti del congiunto dipendente sia esso stesso "egoistico". Di contro, a volte, sembra che un "sano egoismo" (concetto parimenti ricorrente) possa avere, quasi paradossalmente, risvolti utili agli altri. Io non penso che in tale ambito sia opportuno ragionare in termini di "bianco" o "nero". Più in generale penso che gli esseri umani (e con questo termine mi riferisco a ciascuno di noi, me per primo) siano, al tempo stesso, egoisti ed altruisti. Capaci delle meschinità più spregevoli per ottenere vantaggi particolari, ma anche degli slanci più generosi e autenticamernte disinteressati. Tovare il discrimine, tra i due ambiti, dentro ognuno di noi, non credo sia cosa semplice, né che possa essere definito una volta per tutte. Credo comunque che ciascuno possa impegnarsi anche nel ricercare consapevolezza al riguardo, momento per momento, situazione per situazione. E forse, riguardo a tale argomento, porsi domande può essere più proficuo che trovare risposte. Vi saluto affettuosamente. Antonio
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idem
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Spedito - 30/08/2003 : 12:22:19
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Farsi domande e' certamente piu' proficuo che trovare risposte, ma penso anche che le risposte siano altrettanto importanti...le risposte che albergano dentro di te e che tu conosci bene, ma che non vuoi vedere...se non le vuoi vedere si rischia che le domande che ti poni rimangano li' sospese nell'aria senza ragione di esistere. Invece con le tue belle, sincere e a volte crudeli risposte puoi dare un senso anche alle domande che ti poni. Naturalmente solo se le risposte che ti dai sono quelle autentiche e non quelle che ti fanno comodo...e' cosi' facile autoingannarsi...sempre per non affrontare la sofferenza e quindi la crescita. Vorrei tornare sull'argomento centrale che Antonio ha identificato benissimo: l'EGOISMO. Penso che in effetti questo non volersi staccare sia dovuto a una forma egoistica che si camuffa bene...che noi camuffiamo bene perche' non possiamo percepirci come persone egoiste. Ho riflettuto molto in questo periodo...e penso di essere stata e di essere ancora, egoista con il mio familiare...io agisco, in realta', per me e non per lui. Sono egoista nel non volerlo vedere soffrire (crescere) perche' mi preoccupo, in realta', della mia sofferenza che passa attraverso la sua...quindi faccio il suo stesso errore...non voglio soffrire e quindi mi sta bene non crescere. Preferisco sostituirmi a lui (che poi non ci si riesce) piuttosto che lasciarlo fare, lasciarlo da solo davanti alle sue responsabilita' in modo che impari attraverso i suoi errori e maturi. Il suo processo di maturazione mi provoca dolore perche' il suo e' un processo troppo doloroso e lo ritengo non capace, inadeguato a risolversi i suoi problemi (presunzione) ...invece io si' che sono capace di risolvere i miei e addirittura anche i suoi problemi. In questo modo lui non soffrira' e di conseguenza non soffriro' neppure io. Non so se riesco a spiegarmi...spero di si'...il concetto e' molto contorto come lo siamo noi e non sempre si riesce a smascherare il meccanismo. Camuffiamo l'egoismo puro con l'altruismo...(che bravi che siamo a raccontarcela per sentirci efficienti, buoni e soprattutto indispensabili) a volte ci sentiamo pure le vittime e ci piace anche piagnucolare sui nostri guai causati dal nostro familiare. Sono guai che li andiamo cercando...sono problemi non nostri, ma che noi vogliamo a tutti i costi renderli nostri per non farli affrontare a lui che non e' capace. Noi invece si' che siamo capaci. Insomma la loro crescita ci fa paura...ci terrorizza perche' deve passare attraverso il dolore, ma noi abbiamo paura non del loro dolore, ma del nostro perche' dipendiamo da loro siamo troppo coinvolti affettivamente per distaccarcene. Il distacco con amore...questo e' importante...distaccarsi non vuol dire fregarsene, non vuol dire smettere di amare il tuo familiare...ma, al contrario, imparare ad amarlo in modo piu' maturo e meno dipendente...insomma amarlo per davvero mettendo davanti lui e le sue esigenze e smettere di mettere davanti le tue. Le sue esigenze di crescita, naturalmente. Accettazione...insomma...accettare che la sua crescita avvenga e accettarla cosi' per come e' anche attraverso tanto dolore, anche se potrebbe essere traumatica. Accettarla e basta con la consapevolezza che non possiamo e non dobbiamo fare nulla per fermarla. L'unica cosa che possiamo fare noi e' pensare alla nostra crescita e non usare la sua non crescita per non crescere noi stessi. Daniela
idem
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Maira
Ospite gradito
 
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Spedito - 31/08/2003 : 12:27:41
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Riporto uno stralcio di una mail da me inviata in privato, a iscritti di questo sito, secondo me in parte pertinente allo sviluppo che sta avendo la riflessione, aggiungendo altri spunti di riflessione persolale e soggettiva
"Questa apertura mentale che mi ritrovo, assolutamente unica nell'ambito e nell'ambiente da cui provengo, è servita più a capire e giustificare e aiutare gli altri che me stessa, ma perchè? Ho sempre desiderato essere capita al volo, senza parlare, come facevo con gli altri. Li ho aiutati tanto...ho salvato matrimoni... insegnanti, con un divario di età notevole si confidavano con me a 15 anni, sentendosi più a loro agio rispetto ai loro coetanei.Il mondo degli adulti con le loro problematiche mi era più familiare e congeniale di quello dei miei coetanei.i... Bella operazione che ho fatto...credo di essermi occupata degli altri e dei loro problemi, non per umanità o per altruismo: mi gratificava, era un bel modo (inconsapevole) di non occuparmi dei miei problemi, mi veniva riconosciuto un ruolo, esistevo dunque anche come individuo. Facevo la psicologa per intuito non per “sapere” e indovinavo sempre, persino uno psicologo ha usato le stesse mie parole parlando di mio nipote a mia sorella...e quando questa a bocca aperta glielo ha detto...questi ha risposto...perchè è mamma. Io credo che non ci sia paragone fra ruolo di zia e ruolo di madre. Il primo, senza responsabilità, con più distacco emotivo, senza conflitti è decisamente più facile...e ci sono più possibilità che faccia breccia. Secondo me lo psicologo si sbagliava. "
Il distacco
Distaccarsi da qualcuno a volte equivale a “perdere” . Non solo l’altro, ma anche una parte di noi stessi. Nell’altro abbiamo riposto spesso i nostri desideri di avvenire, le nostre speranze, i nostri bisogni, i nostri sogni. Nell’altro abbiamo anche amato noi stessi. E questa parte di noi, se ne va insieme a loro, muore …con loro. Può trasformarsi in ricordo. Il ricordo si colora di sfumature altre, che non rispecchiano più quello che abbiamo effettivamente vissuto, ma si caricano di significati che non hanno forse mai avuto e quasi mai si sottraggono al tempo presente. E’ la nostra visione del presente,il nostro nuovo modo di essere, non solo la dimensione del tempo, che li trascende. I ricordi non si sottraggono, al vaglio e alla censura del nostro “pensiero”. Persino alcuni ricordi brutti, se scevri dall’aurea fantasmatica con cui li abbiamo vissuti, possono oramai farci sorridere con tenerezza. Un saluto mara
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Maira
Ospite gradito
 
Messaggi 194 |
Spedito - 31/08/2003 : 12:35:09
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Aggiungo qui questa riflessione, .col titolo volontariato, volevo aprire un'altra discussione, ma la mia riflessione è nata da questa
C’è un motivo per il quale ho un atteggiamento ambivalente nei confronti del “volontariato”. Ai miei tempi questo si chiamava “impegno sociale e politico” e si traduceva, non solo nel tamponare situazioni critiche, ma cercando di intervenire sul campo, calandosi nel tessuto sociale in cui questi disagi si manifestavano in modo eclatante. Non era la droga che predominava, quella “allora”, riguardava più i figli dei benestanti, e mi pare significativo. Qualcuno si libera la coscienza, qualcun altro combatte la noia, qualcuno previo suggerimento medico, lo sostituisce al tavor. Non voglio fare di tutta un’erba un fascio, è ovvio. Spesso si sostituisce e qui dico il proprio “impegno” alle carenze dei servizi sociali, si affiancano questi, perché sono insufficienti. Oppure si cerca di offrire altre opportunità a chi non ne è a conoscenza. Ma ve lo immaginate e qui sono provocatoria, quanti posti di lavoro si renderebbero necessari, se non ci fossero i volontari? Ma poi dico e che facciamo restiamo a guardare lo sfascio? Oppure esistono anche altri modi per intervenire? Comunque non sto parlando di offrire spontaneamente la solidarietà.. Sto solo riflettendo, rendendomi conto che questo tasto è particolarmente delicato. Mara
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antonio
Moderatore
    
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Spedito - 31/08/2003 : 19:35:23
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Sì, Mara, anch'io credo che questo sia un tasto alquanto delicato. D'altronde credo che ognuno abbia i propri insindacabili motivi per dedicarsi a questa o quell'altra attività di volontariato. Ma anch'io (e non solo io: ricordo dei gustosi scritti di Vittorino Andreoli, al riguardo) ho la sensazione, a volte, che il volontariato diventi una sorta di alibi per non fare tante cose: "tanto ci pensa il volontariato" (che poi non di rado viene glorificato e "speso" senza che venga realmente messo in condizione di operare e che se ne valorizzino le effettive potenzialità). Credo che da questo punto di vista anche chi si impegna dovrebbe essere accorto, perché la strumentalizzazione é sempre in agguato e può assumere molte sembianze e strategie. Anche sul web. Ma per fortuna, credo, sono anche possibili modalità chiare e costruttive di collaborazione, nel rispetto delle prerogative di ciascuno. Antonio
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