Uno
dei concetti ricorrenti con cui ci confrontiamo occupandoci
dei problemi relativi alla TD è quello di "vuoto".
Tale "dimensione" compare frequentemente nei resoconti e
nelle testimonianze di persone
afflitte dalla dipendenza.
A mio avviso può non essere inutile soffermarsi su
tale questione, riflettendovi da alcuni punti di vista.
In primo luogo mi domando: dove è situato questo
"vuoto"? Quando si manifesta? E la pratica del "buco", può
essere una rappresentazione simbolica, una metafora, di
tale "vuoto"?
La questione del "dove" credo debba prescindere,
ovviamente, dalla possibilità di individuare una
sede specifica, un luogo in senso fisico, "materiale" (a
meno di non volersi riconoscere nel mero riduzionismo biologista).
Mi sembra che tale individuazione vada riferita, piuttosto,
ad ambiti più sfumati, ma non per questo (a mio avviso)
meno importanti, anzi. Credo che per collocare in modo pertinente
la sede di questo vuoto si debba ricorrere a categorie quali
spirito, psiche, anima, senso della vita, interiorità,
esistenza, ecc. (breve inciso a proposito dell'ultimo termine:
la filosofia esistenzialista
riflette in modo approfondito proprio sulla percezione del
"nulla").
La questione del quando si manifesta tale vuoto, ci pone
di fronte a singolari testimonianze. Accade di frequente,
infatti, che le persone riferiscano di un esordio con l'uso
di droghe concomitante con periodi di "benessere" (almeno
apparente e/o di superficie), di soddisfazione, di assenza
di particolari problemi e preoccupazioni. La percezione
del vuoto, in tale prospettiva, sembra piuttosto appartenere
ad una fase successiva, allorquando la consuetudine con
le sostanze e l'inizio dei disagi contingenti suggeriscono
tentativi di "frenata". Ecco, sembra che proprio allora,
alla sospensione di un'abitudine più o meno consolidata,
il lancinante senso di vuoto si manifesti in tutta la sua
sconcertante virulenza, tale da scuotere
l'essere alle sue fondamenta e richiedendo assiduamente
- fino ad auspicabile soluzione di continuità - di
essere colmato e lenito da successive e ripetute assunzioni.
Ora, la questione mi sembra che sia: questo vuoto, viene
integralmente scavato dalle sostanze o preesisteva ad esse,
magari inconscio, come una impercettibile bolla sotterranea
(rivestita di noia) che poi, a poco a poco, il ricorso alle
sostanze dilata a dismisura (fino a occupare pressoché
l'intero campo psicologico)?
E ancora: è possibile colmare
questo vuoto sottraendolo all'invadenza delle sostanze?
E' possibile svincolarsi, arginandola, dalla parte di sé
che, ricorrendo alla (illusoria) "pienezza" procurata dall'uso
di sostanze, continua a pompare vuoto nella bolla?
Ognuno di noi può cercare le sue risposte a queste
domande. Personalmente io qualche idea ce l'ho. In ogni
caso ritengo che non sia possibile immaginare un qualsivoglia
percorso sensato di superamento della dipendenza (o anche
di prevenzione) che, direttamente o indirettamente, esplicitamente
o implicitamente, in un modo o nell'altro, non affronti
le questioni di cui sopra. Senza dimenticare che, proprio
nel vuoto possono aleggiare incerte e fosche formazioni
della mente di chi lo percepisce.
A tale proposito ricordo un significativo aforisma di Nietzsche,
che (per quanto visionario e impressionistico, piuttosto
che formalmente razionale) mi ha colpito e mi ha sempre
fornito un utile sentiero di riflessione, anche riguardo
i temi di cui trattiamo. Egli scrive: "Chi lotta con
i mostri deve stare attento a non diventare anche lui un
mostro. E se guarderai a lungo dentro l'abisso, anche l'abisso
guarderà dentro di te".
Dunque ricordiamoci: lottando con i "mostri" non dobbiamo
assimilarci ad essi, né subirne il perverso carisma
(e in questo caso i "mostri" potrebbero ridursi, a poco
a poco, a nulla più che fastidiosi insetti); e scandagliando
l'abisso, il vuoto, dobbiamo difenderci dai suoi sguardi
invadenti e magnetici (il che potrebbe progressivamente
ridimensionare l'abisso stesso al più modesto rango
di pozzanghera).
Forse è una questione di tapparelle, di stivali,
di passerelle e di solidi reggimano. E forse per combattere
i mostri si possono usare anche buoni insetticidi (biologici,
naturalmente, e preferibilmente profumati, nonché
tassativamente privi di quei dannati clorofluorocarburi
così perniciosi per l'ozono atmosferico).
Magari in questo modo, fra tapparelle, stivali e insetticidi
sapientemente dosati, a poco a poco il vuoto può
essere colmato. Ma non credo che ciò sia possibile
senza costruire la pienezza di un profondo rapporto di condivisione,
autentico e sentito.
AA
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