In
vino veritas?
Da
un po' di tempo a questa parte si assiste alla crescita
di consapevolezza e di impegno civile
da parte di individui e gruppi che provano a sensibilizzare
le varie componenti sociali e le Istituzioni sui danni
che le bevande alcoliche possono
arrecare alla salute.
Numerose
associazioni, in Italia, in Europa, nel mondo, si adoperano
affinché siano prese iniziative di contenimento e
contrasto rispetto al crescente dilagare dei problemi alcolcorrelati
(patologie varie, incidenti stradali e di altro genere,
accessi violenti) fra la popolazione giovanile (sempre più
coinvolta) e non.
E
così ci troviamo fra due fuochi: mentre da un lato
si reclama la legalizzazione di alcune sostanze attualmente
illecite (soprattutto per non esporre i consumatori a provvedimenti
punitivi e al mercato gestito dalla criminalità),
dall'altro si auspicano misure più accorte e restrittive
a contrasto della diffusione di sostanze lecite, ma potenzialmente
pericolose, quali appunto l'alcool etilico.
A
quest'ultimo proposito, non si richiedono misure genericamente
"proibizioniste" e tantomeno direttamente o indirettamente
punitive per i consumatori (salvo per specifici comportamenti
che mettono a repentaglio la sicurezza altrui). Tuttavia
numerose persone, associazioni, organizzazioni, chiedono
che siano posti dei limiti alle modalità
di diffusione, di propaganda e di pubblicità relative
alle bevande alcoliche.
I
versanti su cui si sofferma l'attenzione di molti, riguardano
soprattutto i modelli di comportamento e gli stili di vita
che vengono proposti in relazione al consumo di alcol.
Non
pochi guardano con sospetto a iniziative e forme pubblicitarie
che sempre più strettamente associano il consumo
di alcolici al divertimento, al successo, al benessere,
allo stare insieme, come se il bere alcolico fosse il necessario
e indispensabile collante in tali ambiti.
Gli
interessi economici legati alla produzione e al commercio
di bevande alcoliche sono enormi e gli strumenti finanziari
e di pressione politica a disposizione delle aziende del
settore sono molto consistenti.
Difficile,
in tale contesto, proporre una più attenta disciplina
degli orari di apertura e chiusura delle discoteche e dei
locali notturni, o più attente modalità di
vigilanza sui limiti posti alla vendita.
Anche
la scienza, in questo ambito, partecipa al dibattito e se
è vero che molti istituti sanitari
segnalano con allarme i rischi, auspicando con forza
adeguate misure sociali di intervento, è altrettanto
vero che non poche voci enfatizzano, forse precipitosamente,
presunte virtù benefiche dell'uso alimentare di bevande
alcoliche.
Molto
si è discusso, anche in sede di convegni, di una
particolare molecola, il resveratrolo,
capace di contrastare l'effetto del colesterolo nel sistema
circolatorio, salvo omettere che gli effetti salutistici
sperimentati "in vitro" non sono confermati "in vivo" attraverso
l'assunzione di vino.
Non
si vuole con questo demonizzare alcunché. Solo sostenere
l'opportunità di modalità di comunicazione
attente e moderate, con la dovuta discriminazione riguardo
ai valori e ai messaggi
proposti, affinché siano responsabili, aderenti
alla realtà e non contraddittori.
L'auspicio
è che i produttori di bevande analcoliche, acqua
in testa (e quindi anche Giove pluvio) possano sottrarre
quote di mercato, consumatori e potere di influenza a quelli
di altri liquidi (si potrebbero convertire colture e riqualificare
mano d'opera) e che la comunicazione
sociale relativa all'alcol sia, in tutti i contesti,
basata su modalità consapevoli, attente e non tendenziose.
Auspichiamo
di partecipare a numerose "Feste del succo di frutta", anziché
della birra o della canapa, affinché il concetto
stesso di festa sia sempre meno associato all'alterazione
alcolica e allo scorrere di fiumi d'etanolo.
Ma
tutto ciò non va da sé, né può
essere semplicisticamente calato dall'alto. Si richiedono
adeguati comportamenti da parte dei
consumatori, singoli e associati, e adeguate pressioni
da quella parte di opinione pubblica che si adopera per
la cultura della vita, avendola a cuore più della
"civiltà del bere", della quale non si vuol disconoscere
la dignità, ma neppure assistere alla sua indiscriminata
e scriteriata penetrazione, secondo schemi che verosimilmente
non le sono neanche confacenti, né storicamente,
né culturalmente. Se non per fini di profitto, a
fronte di una preoccupante situazione
in cui si deteriora la salute di molti.
AA
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