E'
tutt'altro che raro, a proposito di gruppi di aiuto e di
auto-aiuto, il ricorso a similitudini con la famiglia. Questo
gruppo, questa comunità, si dice, "è come
una famiglia".
Soffermo la mia attenzione sul fatto che, nella frase sopra
virgolettata, l'avverbio "come" precede il sostantivo
"famiglia". Anche perché, forse, tra le peculiarità
di questo avverbio vi é anche quella di lasciare
un margine alla differenza,
oltre che esprimere somiglianza.
D'altronde, se due cose fossero identiche o se fossero la
medesima cosa non vi sarebbe, verosimilmente, bisogno di
ribadirlo.
Anche all'interno di entità omogenee (per esempio
famiglie reali) mi sembra che non di rado si tenda a ribadire
l'identità proprio quando spinte "centrifughe"
minacciano la coesione. "Siamo
una famiglia", si dice, quando la lite potrebbe prevalere.
Io, personalmente, in certi contesti sono portato a considerare
con prudenza assimilazioni integrali. E questo per vari
motivi che, a rischio di annoiarvi (ma d'altronde non siete
obbligati a leggere), provo a delineare.
Ma intanto intendiamoci: non é mio fondamentale intento
"prendere le distanze". Tantomeno intendo sminuire,
tutt'altro, l'importanza di rapporti
interpersonali solidali, affettivamente pregnanti, ravvicinati
(pur se talvolta con qualche asperità). Desidero
soltanto riflettere sui perché, secondo la mia opinione,
può essere utile considerare attentamente l'argomento
in questione.
In primo luogo penso una cosa, e cioé che, senza
volere colpevolizzare né assolvere nessuno (oltretutto
non avendone alcun titolo), proprio la famiglia potrebbe
essere un ambito problematico
relativamente a certi argomenti.
Se é vero che il versante relazionale, sociale, può
rivestire una certa importanza nel contesto delle dipendenze,
credo che la famiglia rappresenti un ambito importante e
particolarmente significativo in cui i rapporti interpersonali
hanno luogo. Non credo sia indispensabile avere conseguito
un master in psicologia per rendersi conto di quanto, in
certe situazioni, da una parte e dall'altra, possano rivelarsi
sofferti e travagliati (a volte tacitamente) certi rapporti
nel contesto familiare.
In secondo luogo (e in stretta connessione a quanto appena
espresso) dico questo: secondo particolari modi di vedere,
che personalmente condivido (perlomeno in gran parte), per
migliorare condizioni di acuto disagio può essere
importante rielaborare, ricollocare, ripensare determinate
emozioni, particolari vissuti e i concomitanti schemi di
comportamento e di pensiero.
In tale prospettiva potrebbe essere utile un contesto in
cui certe dinamiche possano essere "agite", consentendone
l'espressione verso la consapevolezza.
Ed é proprio in questa prospettiva che considero
importante considerare il COME d'apertura secondo una particolare
accezione.
Se la situazione fosse identica, identica verosimilmente
risulterebbe l'evoluzione in sofferenza. Se la situazione
fosse del tutto differente, forse non si darebbe possibilità
di cambiamento, per via della "non pertinenza",
della non corrispondenza alle "dimensioni" in
gioco.
Penso che una delle funzioni importanti delle comunità
e dei gruppi (sia per dipendenti che per familiari) sia
proprio questa. L'individuo può sottrarsi a situazioni
cristallizzate, irrigidite, in cui non riesce a raccapezzarsi
e dalla cui pressante carica emotiva
é spesso "immobilizzato".
Per sbrogliare la matassa potrebbero essere utili contesti
differenti, ma in cui siano comunque in gioco elementi simili
(perlopiù legati all'affettività), magari
secondo schemi diversi o da inventare e che consentano maggiore
serenità.
Che ciò non sia comunque facile, al di là
di superficiali presunzioni e rinunciatari pessimismi, mi
sembra superfluo approfondirlo. E si potrebbe anche discutere,
al riguardo, su quella famosa "coazione a ripetere"
che ci condurrebbe, inconsapevoli (e spesso mascherati ai
nostri stessi occhi da rigidissime convinzioni e monolitiche
razionalizzazioni) a replicare senza
soluzione di continuità schemi e situazioni
tutt'altro che costruttivi, né apportatori di serenità.
C'é infine un terzo ordine di argomenti, un altro
punto di vista secondo cui approfondire l'argomento "famiglia",
secondo me.
Questa é spesso considerata, in se stessa, alla stregua
di una "Istituzione". Considerarla sotto questo
aspetto, di "aggregato", può indurre a
dimenticare che essa é formata da individui. Penso
che in certe situazioni possa non essere facile, per vari
motivi, l'instaurarsi di rapporti sereni, proficui e costruttivi.
Capita che in determinate situazioni il singolo, per vari
motivi, fondamentalmente legati all'imperfezione umana,
secondo me, non riesca a trasmettere all'interlocutore
in difficoltà (nonostante reiterati tentativi
e forse proprio per questo) la possibilità di un
rapporto adeguato alle aspettative di quest'ultimo.
Forse può essere opportuno che in tale eventualità
le preclusioni non siano riferite, per estensione, all'intera
"Istituzione". Penso sia opportuno, viceversa,
riservare uno spazio adeguato, in un certo tipo di gruppi,
ai rapporti PERSONALI piuttosto che ridurli tout court
a quelli fra individuo e istituzione.
Può essere che se qualcuno non si trova bene con
Gioacchino si trovi bene con Teodoro. Anche perché,
probabilmente, Gioacchino e Teodoro hanno modi di fare,
di porgersi e sensibilità differenti.
Non vedo perché negare tale opportunità riconducendola
integralmente a un sistema omogeneo e omogeneizzante.
AA
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