Tempo
A
mio avviso, fra le tante variabili che intervengono nel
processo di emancipazione dalla dipendenza attiva, che sia
da droga, da alcool o da altri comportamenti compulsivi,
quella relativa al "tempo" occupa una posizione davvero
importante. E non mi riferisco tanto a "quantità"
di tempo, ma al suo stesso significato
e alla sua "qualità".
Secondo me, affrontare la tossicodipendenza attiva nella
prospettiva del suo superamento o del suo contenimento,
non significa soltanto proporsi un'ora, un giorno, un mese,
uno, dieci anni o mille anni di astinenza. Significa, in
primo luogo, riscoprire la dimensione stessa del tempo,
il suo fluire, a volte, soprattutto all'inizio, doloroso.
Nell'atto compulsivo il tempo svanisce.
Tutto si concentra e si "risolve"
(illusoriamente), in un istante.
Un istante ossessivamente presente, ricercato e replicato.
Tutto e subito, si dice. La soddisfazione immediata dell'impulso
e la consuetudine in tal senso.
Rovesciare tale prospettiva non é facile ma, a mio
avviso, indispensabile, se davvero si desidera strutturare
una nuova situazione personale. Una nuova condizione il
cui versante emotivo sia fondato proprio sull'orientamento
alla mediazione e alla gestione degli
impulsi. E nella quale, sul versante "relazionale",
al rapporto totalizzante ed esclusivo con l'oggetto compulsivamente
ricercato, si sostituisca la condivisione e lo scambio emotivo
con altre persone (soggetti).
Non é facile, dicevo, rovesciare la prospettiva compulsiva.
E non mi riferisco all'astinenza in sé e per sé,
ma all'abito mentale con cui, talvolta, si affronta l'astinenza
stessa. Come se esistesse, retaggio dell'abitudine compulsiva,
una meta definitiva e unica cui pervenire in via definitiva.
Invece, secondo me, in un percorso di emancipazione, di
contenimento della dipendenza, non é tanto importante
l'obiettivo, quanto il processo
stesso e il primo (l'obiettivo) solo sulla base del secondo.
Un
processo, dunque, fatto di piccoli passi, di progressiva
acquisizione di consapevolezza di sè e degli altri.
Un processo che non ha una soluzione univoca e netta (ma
illusoria) come l'atto compulsivo abitua a "pensare" (e
le virgolette indicano che si tratta di un pensiero complesso,
magari in gran parte inconsapevole e dalle notevoli implicazioni
emotive e relazionali).
A questo proposito, ricordo un mio amico psicanalista, che
sorrideva quando sentiva qualcuno parlare di "acquisizione
dell'equilibrio personale". Mi diceva che, a suo avviso, squilibrati
lo siamo tutti, costituzionalmente, biologicamente. Forse,
nella migliore delle ipotesi, possiamo solo imparare a gestire
i nostri squilibri. E con ciò trovare la possibilità,
oltre che di affrontare e tollerare il dolore, anche di ottenere
sufficiente soddisfazione (dilazionabile) nelle attività
e nei piaceri che la vita può offrire. E che a poco
a poco è possibile riscoprire. Lentamente e senza la
pretesa di risolvere tutto in un attimo. E senza che lo svanire
dell'illusione "istantanea" ci conduca al pessimismo del tutto
inutile
AA
Se desideri esprimere commenti relativi a questo scritto,
puoi usare la bacheca "approfondimenti
e opinioni"