Capita
a volte di confrontarsi con opinioni secondo le quali "la
comunità" sarebbe la strada
migliore relativamente agli argomenti di cui ci occupiamo
in questo sito (droga, tossicodipendenza, alcolismo e altri
comportamenti compulsivi).
Probabilmente,
piuttosto che entrare nel merito di questa affermazione,
per avallarla o contestarla, si potrebbe potrebbe provare
ad approfondirne qualche implicazione. Soprattutto perché
liquidare la faccenda nei termini sopra delineati potrebbe
rivelarsi piuttosto riduttivo e comportare il rischio di
generare confusione.
Verosimilmente le persone che operano nelle comunità
terapeutiche sono generalmente stimabili, come è
molto apprezzabile il lavoro che in esse si svolge. Da questo
punto di vista sono incontestabili i risultati conseguiti
da molte persone che hanno usufruito di percorsi di recupero
con fasi residenziali di tipo comunitario. Risultati che,
pur senza volere attribuire salvifica onnipotenza ad alcuno,
sono sotto gli occhi di chiunque voglia tenerli bene aperti.
Tuttavia potrebbe essere fuorviante affermare che la comunità
sia la "strada migliore" (indipendentemente dal
fatto che lo sia o meno), soprattutto se non si tiene in
debito conto la parallela affermazione per cui la "strada
migliore", per ciascuna persona in difficoltà,
è quella che meglio si adatta a quella
particolare persona, per metterla in condizione di
trovare gli strumenti adeguati a stare bene con se stessa
e con gli altri.
Inoltre, ogni strada presuppone la volontà di imboccarla
e percorrerla e non è raro riscontrare, purtroppo,
che in certe situazioni le difficoltà siano tali
da precludere proprio la voglia e la fiducia necessarie
per intraprendere e mantenere un percorso di cambiamento
e di emancipazione.
Da questo punto di vista potrebbe essere ingeneroso, nei
confronti delle comunità stesse, di chi vi opera
e delle persone che possono o potrebbero rivolgervisi, caricarle
di eccessive responsabilità
e aspettative, soprattutto in relazione a un ambito
di intervento così difficile.
Inoltre, a fronte di argomenti di questo tipo, sarebbe opportuno
interrogarsi su cosa sia una "comunità".
Volendone definire le caratteristiche fondamentali, potrebbe
essere opportuno soffermarsi non tanto sullo spazio fisico
o l'arco di tempo definito in cui si è accolti. Piuttosto
potrebbero rivelarsi essenziali altri elementi, come il
sistema e la prassi delle relazioni interpersonali. Sotto
questo profilo, d'altra parte, i confini della "comunità
terapeutica" potrebbero essere alquanto modulabili. Potrebbe
inoltre destare qualche perplessità il fatto che
tale ambito (quello delle relazioni interpersonali costruttive)
possa essere considerato appannaggio esclusivo di gruppi
circoscritti.
D'altronde è anche verosimile che le "comunità",
in quanto "strada migliore", possano essere considerate
luogo di mera delega, da parte
delle famiglie, delle persone direttamente investite dal
problema e di alcuni operatori, alla ricerca di soluzioni
magiche da cui trarre "salvezza".
Viceversa
si potrebbe assumere un punto di vista diverso, secondo
cui caratteristiche positive e/o utili di particolari contesti
sociali (le comunità) possano fungere da stimolo
e opportunità affinché ciascuno si metta in
gioco in prima persona, partecipando e riflettendo profondamente
su se stesso e sul proprio modo di interagire con gli altri.
Così che ognuno possa essere artefice e protagonista
della propria crescita personale e sociale. Dentro o fuori
dalla comunità intesa come mero limite spazio/temporale.
D'altronde non sono poche le persone che hanno superato
le proprie difficoltà senza mai accedere a una comunità
residenziale (in quanto spazio fisico e tempo definito).
Persone che allo stato attuale sono assolutamente svincolate
da ogni dipendenza farmacologica e/o compulsiva e che conducono
una vita affettiva e di lavoro sana e soddisfacente. Verosimilmente
tali persone hanno raggiunto questo risultato con un grande
impegno personale e con la possibilità di instaurare
rapporti finalizzati con persone significative, nonché
potendo usufruire di un ambiente sociale (famiglia, amici,
ecc...) idoneo a tale scopo e capace di modificarsi e riadattarsi
per conseguirlo, elaborando modalità di relazione
adeguate, impegni reciproci, regole, obiettivi condivisi.
Parimenti altre persone, dopo utili periodi di comunità,
hanno ritenuto di usufruire, in seguito a residue e/o ulteriori
difficoltà, di forme di aiuto
alternative e complementari (soprattutto in relazione
al delicato momento del distacco) sia per rielaborare l'esperienza
vissuta in chiave residenziale, che per completarla, nonché
per trovare un'adeguata collocazione nel mondo del lavoro,
indispensabile per la completa strutturazione di una personalità
autonoma e orientata alla costruzione del sé e all'autorealizzazione.
Da questo punto di vista, al di là del fatto che
le comunità siano o meno la "strada migliore"
(ove emerga la voglia di percorrerne una e si creino preventivamente
le condizioni affinché tale orientamento si presenti),
va valorizzato parallelamente il lavoro di coloro che svolgono
un'opera importante affinché anche le stesse comunità
possano assolvere positivamente i compiti che si prefiggono,
e affinché ogni particolare persona in difficoltà
possa comunque avere l'opportunità di cercare e trovare
(nei limiti del possibile) gli strumenti e le opportunità
più adatti a se stessa. (Cosa che tante volte si
verifica, purtroppo, soltanto dopo molti tentativi ed errori).
In
definitiva, la logica del pacco postale
(sei tossico? ti mandiamo in comunità, oppure da
un altra parte, o ti "sottoponiamo" agli accertamenti
e ai trattamenti di rito) sembra essere alquanto riduttiva
e fuorviante, a fronte di questioni che, verosimilmente,
meritano adeguata attenzione e considerazione e modalità
di approccio articolate.
AA
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