Spingere?
Uno
dei temi a proposito dei quali, talvolta, mi sembra si creino
delle incomprensioni è
quello relativo all'atteggiamento da tenere e dei comportamenti
da attuare nei confronti di persone afflitte dal problema
della dipendenza da droga o alcool.
Da alcune parti si sostiene che bisogna stimolare chi si
trova in difficoltà a trovare motivazioni e determinazione
per impegnarsi a superare il problema.
Da
altre parti si considera criticamente il medesimo atteggiamento
e si sostiene che eccessive pressioni
e ingerenze possono sortire effetti non positivi.
Probabilmente fra le due posizioni, esistono molte sfumature,
molte questioni intermedie, molti dettagli, legati alle
persone concrete e alle particolari situazioni reali. In
ogni caso, piuttosto che irrigidirsi su una delle due posizioni,
forse può essere opportuno prestare attenzione ai
"modi" e ai "momenti" che, all'interno
di una particolare relazione interpersonale, possono rivelarsi
più indicati.
Così, ad esempio, potrebbe rivelarsi assolutamente
inadeguato un atteggiamento di accanimento
terapeutico, in base al quale provare indiscriminatamente
a convincere al cambiamento chiunque si trovi in certe situazioni,
senza considerare i particolari vissuti che ciascuno progressivamente
elabora riguardo la propria condizione.
Allo stesso modo si potrebbe pensare che sia figlia dell'indifferenza
e dell'abbandono una posizione
che negasse l'opportunità di suggerire e prospettare
possibilità di vita alternative a chi sperimenta
situazioni disagevoli e amare, se non disperanti.
E' verosimile che per discriminare, momento per momento,
fra le due posizioni (scegliendo i dovuti modi), non esistano
ricette facili, né precostituite. Piuttosto sembra
che ciò vada ricercato affinando la capacità
di comprensione, di comunicazione profonda, attraverso l'esercizio
di indossare i panni altrui e di immedesimarci negli stati
d'animo degli interlocutori.
Ma non è facile
AA
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