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Famiglie di drogati e sfiga

 

Una volta, chiacchierando con un mio amico psichiatra, il discorso cadde sulle famiglie dei tossicodipendenti. A questo proposito egli espresse l'opinione personale che, quando in una famiglia si verifica una situazione del tipo di cui si tratta, "E' PROPRIO UNA BELLA SFIGA!".


Questa opinione, nella sua candida e disarmante semplicità, mi è rimasta impressa. Credo valga la pena soffermarsi su di essa, sulle sue implicazioni, sui corollari che ne derivano.


In primo luogo è opportuno, a mio avviso, definire il campo, intendersi sui significati. Cos'è la "sfiga"?


Nella sua accezione corrente di "avversa fortuna", la "sfiga" sembra essere fortemente intrisa di elementi casuali. Strettamente inerente al caso fortuito.


Ora, da che mondo è mondo, noi esseri umani ingaggiamo col "caso" un epico confronto, servendoci del nostro cuore e del nostro cervello. Tutta la storia dei progressi materiali e spirituali della nostra specie potrebbe essere letta come un continuo impegno a non soggiacere al "caso", per potere orientare noi gli eventi, anziché esserne sballottati.

La specie umana si differenzia dalle altre anche (e soprattutto) per il grado di sviluppo della sua cultura. Nondimeno la battaglia sul casoè tutt'altro che vinta e abbiamo ragionevoli e fondatissimi motivi per pensare che non lo sarà MAI del tutto.


Molto si è studiato e si è scritto sul nesso tra famiglia e tossicodipendenza. A mio modesto avviso sono state dette delle colossali s...ate, in alcuni casi davvero abnormi, ma anche delle cose interessanti.


Talvolta le famiglie sono state colpevolizzate e, non di rado, si sono colpevolizzate esse stesse. Come se, in fondo, esistesse un nesso rigido, determinante, assoluto e cogente fra la famiglia e le sventure del suo componente in difficoltà. Una relazione, dunque, di tipo CAUSALE, piuttosto che CASUALE.


Parallelamente mi sembra che a volte (purtroppo abbastanza spesso, in verità) si sviluppi, nei familiari, anche un certo senso di vergogna, come per una "colpa sociale" legata alla presenza e all'ingombrante fardello di un familiare con problemi di dipendenza di cui, perdipiù, ci si può sentire "causa".


Io non sosterrei che non esiste alcuna relazione tra famiglia e tossicodipendenza e con ciò non deresponsabilizzerei la famiglia, ma non trascurerei affatto, col mio amico psichiatra, gli elementi legati al caso: la "sfiga", appunto. Da questo punto di vista, inoltre e soprattutto, non deresponsabilizzerei il singolo individuo in situazione di dipendenza, al quale non credo sia utile ricercare troppe cause esterne (senza per questo trascurare di interrogarsi sul rete di relazioni in cui si manifesta il suo disagio).


In ogni caso, a questo proposito, mi sembra opportuno riflettere sui modi in cui si manifestano e si esprimono quei sentimenti di colpa e di vergogna di cui ho appena detto. Per farlo vi propongo, fra il serio e il faceto, alcuni personaggi e tipologie che mi è capitato di incontrare sovente e di cui azzardo la caratterizzazione, senza alcuna pretesa di esaustività e neanche di definitiva categorizzazione. Semplicemente alcuni spunti, "pour parler".


Premetto che comunque, nella mia esperienza, sono moltissimi, certamente la maggioranza di quelli con cui vengo a contatto, i familiari che, nonostante l'inevitabile impatto emotivo di certe vicende, riescono ben presto (specie se adeguatamente sostenuti) ad assumere un atteggiamento adeguato: fatto di condivisione, di solidarietà, fondato sullo scambio autentico, sulla "serena", per quanto dolorosa, accettazione della realtà. Ciò nel disporsi ad una pacata ricerca di chiarezza e di utili modalità per affrontare il succedersi degli eventi e la situazione nel suo complesso, anche nella prospettiva di agevolare e favorire eventuali positivi cambiamenti.


Su questi elementi, per fortuna, si fondano molte iniziative e molte esperienze associative.


I tipi che di seguito abbozzo mi sembrano proprio corrispondere (per molti aspetti) a tentativi, peraltro comprensibilissimi, di difendersi o reagire a quei malintesi sensi di colpa e di vergogna. O comunque riconducibili a comportamenti ad essi correlati.


Provare ad esserne consapevoli potrebbe non essere inutile.


1)
  IL FAMILIARE PERFETTINO.


Egli è uno scolaretto diligente. Spesso con evidenti ambizioni alla docenza. Di fronte a certe situazioni si protegge dal malinteso della colpa e della vergogna con atteggiamento "di riparazione", da "primo della classe". La sua diligente applicazione lo conduce spesso a una ricerca molto "razionale", mira all'"ortodossia", rischiando di escludere (o ingabbiare) gli elementi irrazionali. Tende a reprimere e nascondere le emozioni, piuttosto che a "comprenderle" dentro di sé anche con l'aiuto, la partecipazione e la condivisione degli altri. A volte questo tipo di ricerca sembra tradursi nella costruzione di un sistema rigido. Aperto in apparenza, ma che in realtà tende a compiersi in sé stesso e di cui il Familiare Perfettino ambisce essere il centro. Difficilmente riesce ad avere con gli altri relazioni paritarie. Al limite può subirle facendo buon viso a cattivo gioco. A volte, proprio quando massima diviene la pretesa di controllo razionale, di imparare e insegnare la lezione, i fatti gli dimostrano che la via non era adeguata, che non c'era solo da capire. Forse, soprattutto, da sentire. Ma il Familiare Perfettino fa sempre molta fatica a cambiare strada. Nonostante ne abbia la possibilità. Nonostante gli venga indicata. Nonostante, in fondo, sappia quale potrebbe essere.


2)  IL FAMILIARE MODERNO


Egli è al passo coi tempi. Le sue velleità intellettuali corrispondono, in realtà, all'omologazione più bieca. Senso di colpa e vergogna, anziché essere elementi con i quali comunque confrontarsi e da misurare e ricollocare attentamente, sono retaggi di ancestrali moralismi: roba da antiquariato. La risposta al loro profilarsi è di assoluta negazione, rimozione. Ma a volte, con esse, si rischia di rimuovere anche la loro origine, nella fattispecie il congiunto dipendente che così, anziché responsabilizzato, talvolta può venire abbandonato. Non tanto fisicamente, quanto psicologicamente.


3) IL FAMILIARE INCAZZATO


Egli ce l'ha col mondo intero. Appare forte e determinato, ma in realtà è autoritario e fragile. La sua scarsa consuetudine con se stesso lo induce a proiettare fuori di sé la "colpa". Soprattutto sul congiunto in situazione di dipendenza e poi sugli altri familiari, in tristi routine di "scaricabarile", anziché di condivisione della situazione e compartecipazione alla stessa. Non è importante affrontarla, la situazione, cercare di comprenderla; solo individuare un capro espiatorio. Talvolta, se non spesso, in maniera alquanto concitata, per non dire violenta.
E' superfluo soffermarsi sulle enormi difficoltà di comunicazione del Familiare Incazzato. Egli fa una fatica improba a impegnarsi nella ricerca di possibilità di comunicazione autentica, con un minimo di serenità. Tale mancanza di serenità può anche vanificare l'opera delle persone e delle organizzazioni disponibili a fornire aiuto e sostegno. Del che il Familiare farà ulteriore motivo di incazzatura nei confronti di esse: Stato, società, volontariato, professionisti, servizi. La sua incazzatura è globale, "a priori", e trascende di gran lunga la legittima richiesta di forme di aiuto serie, competenti e disponibili. Trascende altresì eventuali sacrosante rimostranze per disfunzioni o inadeguatezze di vario genere.


4) IL FAMILIARE ASSENTE


Egli è parente stretto del Familiare Moderno. Ma il suo profilo intellettuale è molto meno velleitario (ciò indipendentemente dalle capacità cognitive effettivamente riscontrabili). Il familiare assente (moralmente, più che fisicamente) tende all'indifferenza. Intendiamoci: non che egli sia insensibile alle vicende altrui. Piuttosto sembra probabile che abbia scarse energie da impiegare o che non riesca a trovare adeguati stimoli. Se non proprio alla negazione e alla rimozione, sembra orientato alla "minimizzazione", anche del senso di colpa. La tendenza a non drammatizzare oltre il necessario potrebbe essere un buon punto di partenza, ma spesso vanificato dall'indolenza. Quando, infine, si risolve a un qualche interessamento, sembra agire in base al convincimento che una qualche semplice e superficiale operazione di "maquillage" consentirà di risolvere positivamente ogni cosa. Meglio se "domani", che oggi c'è altro da fare.


5) IL FAMILIARE CIECO


Egli non vede. Come quel sordo che non vuol sentire. Il Familiare Cieco credo sia il più diffuso. A volte sembra una vera e propria epidemia. Anzi, pandemia. Forse tutti lo sperimentano, almeno all'inizio. Dopo le tante idee che ci si è fatti, riguardo situazioni riguardanti altri, e dopo tanti giudizi che ci si è formati, come fare ad accettare che tutto ciò può riguardare e ricadere su di noi?
Oltre che con la presunta "colpa" per il fatto in sé, il Familiare Cieco deve fare i conti con la presunta "colpa" per non avere voluto vedere e con i sottostanti motivi. Perché, in fondo, sotto sotto, vedeva benissimo. Anche se con altri occhi.


6)  IL FAMILIARE MANAGER


Egli è un uomo d'azione, un pragmatico, un uomo del Fare. Il che, per quanto encomiabile, non corrisponde necessariamente all'Essere. Si dedica anima e corpo ad attività associative e socio-riabilitative. Sembra difendersi dalle malintese colpa e vergogna secondo logiche di "riscatto", attraverso l'adesione ad iniziative che lui considera votate al Bene Assoluto (che, a mio parere, non è di questo mondo) e che, da parte loro, non pretendono di esserlo. Perciò la sua partecipazione va un tantino al di là delle auspicabili forme di collaborazione, di solidarietà, di organizzazione e di sensibilizzazione. Il suo eccesso si traduce in uno zelo leggermente fanatico che, se non imbrigliato, può tradire i suoi stessi scopi. C'è sicuramente del buono nel Familiare Manager, ma l'eterodirezione lo rende poco incline a un reale confronto con se stesso e con gli altri. Per questo può risultare incoerente, anche se formalmente ligio, senza neanche accorgersene. Suoi interlocutori privilegiati non sono infatti le persone concrete, ma le istituzioni e le iniziative impersonali in cui si riconosce e su cui proietta i suoi bisogni. Soprattutto di sicurezza. Poiché il Familiare Manager sembra essere, dietro la scorza boriosa, fondamentalmente un insicuro. Che fa fatica ad accettare la sua insicurezza e, quindi, a cambiare.


7)  IL FAMILIARE DISPERATO


Egli (o meglio Ella) è soprattutto una mamma. In quasi 20 anni di frequenza presso organizzazioni pubbliche e private alle quali accedono persone in situazione di tossicodipendenza, solo una volta, dico una, una su migliaia, ho visto presentarsi un padre con la propria figlia. Per il resto, quasi sempre, mamme (padre, al limite, a rimorchio) con figli maschi (molto più raramente femmine).
A tutte le donne, mamme, mogli, sorelle, fidanzate che vivono situazioni simili e ai loro congiunti in situazione di dipendenza, il mio augurio di trovare opportunità, dentro e attorno a sé, per tramutare la disperazione in speranza.

A conclusione di questa breve (e giocoforza incompleta) galleria, vorrei tornare al mio amico psichiatra e riproporre, insieme a lui, il "tipo" di familiare con cui consiglierei, a tutti gli altri, di riconciliarsi, di fare amicizia e di instaurare confidenza: IL FAMILIARE SFIGATO.


Egli vive dignitosamente il suo dolore, lo accetta e comprende quello altrui. Cerca suoi pari e simili con cui condividerlo. Affronta anche lui il senso di colpa (che proprio da qui, insegnava Freud, nasce la moralità), ma senza tante storie. Non ne fa supplementare strumento di martirio per sé e per gli altri, Né si addossa presunte colpe o responsabilità altrui. Si interroga su quanto accade a sé ed ai suoi cari, sul loro dolore, e si sforza di comprendere, soprattutto col cuore. Sa che gli è capitata una sfiga, ma non si rassegna e, a poco a poco, reagisce con umile determinazione. Senza presunzione, ma con coraggio. E, soprattutto, senza maschere: consapevole dei limiti e delle potenzialità umane nei confronti della SFIGA. Così trovando, in essa, dignità.
In attesa di miglior fortuna.

AA

 

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