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InsiemeSenza droga, alcolismo e comportamenti compulsivi

 
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Paura di morire o di vivere?

 

Una familiare, a proposito della difficile situazione del fratello in situazione di tossicodipendenza, chiedeva e si chiedeva: ".io penso che lui abbia fatto la sua scelta, ma la mia domanda è: si può scegliere di morire?"


Non è una domanda da poco. Anzi, mi sembra che centri alcuni argomenti con cui, esplicitamente o implicitamente, praticamente ed emotivamente, in prima persona o indirettamente, ci si scontra nell'affrontare le questioni di cui si tratta.


Non vorrei dare l'impressione di fare "accademia" riguardo argomenti che, nella realtà, possono essere davvero impellenti e drammatici. Ma forse vale la pena "parlarne", anche perché provare a riflettere può consentire di affrontare in maniera più articolata certe situazioni. Inquadrandole secondo varie prospettive.


La domanda è formulata in maniera chiara, coerente e ineccepibile. E' formulata, verosimilmente, sulla base dei significati che molti attribuiscono ai concetti di "scelta" e di "morte". Ma siamo certi che tali concetti e (soprattutto) i significati che vi stanno dentro siano calzanti in altre situazioni, per altre persone?


Molti di coloro che da lunghi periodi hanno ha che fare con individui in situazione di dipendenza (e che non di rado riescono a fornire positivi contributi al loro percorso di "emancipazione") sostengono, con un aforisma, che chi si perde nella droga non ha paura di morire, bensì di vivere.


Io sono dell'opinione che in certe situazioni la percezione della morte sia alquanto distorta, se non assente. Come se fosse un evento remoto, lontano, distante, addirittura inesistente. Virtuale, direi. E quando parlo di distanza mi riferisco alla distanza psicologica, non cronologica. Non credo che ve ne sia la piena consapevolezza, la consapevolezza del dramma reale di tale evento. Di tale aspetto della vita.


E credo che la vita, l'esistenza, quando non si ha consapevolezza della concreta possibilità del suo avverso, del suo dramma, abbia un "senso" molto precario, vacuo. Il culto dei morti rappresenta una delle prime manifestazioni della civiltà umana. Di tutte le civiltà umane.


Certe volte mi sembra che la droga sia una metafora paradossale. Chi si droga ama la sostanza (almeno all'inizio), non cerca consapevolmente la morte, il dolore. Vive un amore totalizzante, esclusivo, al quale tutto il resto è in subordine. La morte è esclusa dal campo. E lo sono altresì i suoi parenti stretti. I narcotici escludono il dolore, fisico e morale. Chi vi ricorre potrebbe avere scarsa capacità di tolleralo, scarsa confidenza con esso, scarsa capacità di tollerare frustrazione e sofferenza. Il paradosso è quello di un amore totalizzante e, allo stesso tempo, subdolamente mortifero, direi quasi inconsapevolmente.


Toccare il fondo, si dice (e ancora non mi riferisco ai "fatti" concreti, ma alla dimensione psicologica, dai risvolti differenti per ciascuno). Forse allora quella dimensione virtuale inizia ad assumere valenza reale. E forse allora le cose possono cambiare. Anche se, lo sappiamo, pur toccato il fondo si può continuare a scavare.


E noi, come ci poniamo nei confronti del dolore altrui? Sappiamo ascoltarlo, condividerlo, o preferiamo anche noi rimuoverlo per non star "male" a nostra volta? Preferiamo ovattarlo, nasconderlo, misconoscerlo, magari limitandoci a rivestirlo di una coltre dolciastra, o riusciamo veramente ad "accettarlo", ad esserne colpiti?


Parliamo anche di "scelta". Questo è l'altro caposaldo della domanda d'apertura. Scegliere implica libertà tra possibili alternative. Implica valutazioni critiche e morali. E la loro messa in atto. La parola "dipendenza" esprime un concetto molto distante da questo. Superarla, a mio avviso, significa proprio riconquistare tale possibilità.

AA

 

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