Il concetto di “sobrietà” é, in
origine, riferito a pratiche di astensione da bevande
alcoliche. Tuttavia mi sembra che, per estensione,
venga adoperato (peraltro opportunamente, a mio avviso)
anche come “contraltare” dei comportamenti
relativi ad altre forme di dipendenza e in opposizione
alle dimensioni di ossessività e compulsività inerenti
ad altre sostanze e abitudini.
Come abbiamo avuto altrove modo
di notare, il concetto di sobrietà é connotato da qualcosa di più e di diverso rispetto a quello di
mera astinenza. I significati della parola “sobrio”, d'altronde,
sembra vengano non di rado usati anche “in generale” e credo
abbiano a che fare con le dimensioni della “misura”, del “senso
dell'opportunità”, del “prudente e dignitoso contegno”,
del “consapevole autocontrollo”. Insomma, qualcosa di assolutamente
antitetico rispetto agli incontrollati eccessi e all'impulsività.
Mi sembra di potere affermare
che, se non esiste sobrietà senza astinenza, non é necessariamente
vero il contrario. In questo senso l'astinenza potrebbe rappresentare
la condizione necessaria, ma non sufficiente, per la sobrietà.
A partire da questo, desidero
liberamente riflettere sulle modalità utili ad acquisirla, la
sobrietà, anche se non penso si tratti di un qualcosa che possa
mai essere definitivamente dato, semmai un asse cui possiamo tendere
come un'iperbole al suo asintoto.
Per approfondire il tema, mi
soffermo su alcuni concetti che a quello di sobrietà mi sembrano
limitrofi. Ad esempio quello di “recupero” e, soprattutto, quello di “guarigione”.
Che la dipendenza sia una condizione
in cui giocano un ruolo forte le variabili psicologiche e sociali, mi
sembra essere un'affermazione condivisibile. Dunque, quando parliamo
di (eventuale) guarigione dalla dipendenza attiva credo sia opportuno
riferire tale concetto anche alle modalità proprie degli approcci
di tipo psico-sociale.
Al tema della possibile guarigione
dalla dipendenza, o comunque del suo arresto, ho già dedicato
uno scritto dal titolo: “La dipendenza, guarire o arrestarla?” che é disponibile
in questa stessa sezione. Adesso desidero soffermarmi su alcune questioni
più generali attinenti il concetto di “guarigione” relativamente
alla sofferenza psicologica e relazionale.
In tale contesto io penso che
sia opportuno sgomberare il campo da alcune chimere e frettolose semplificazioni.
Talvolta alcune sbrigative interpretazioni sembrano suggerire, soprattutto
sulla scorta di suggestioni psicanalitiche di ispirazione
fumettistica, che, durante un certo percorso, a un certo punto la
persona in difficoltà pervenga a una sorta di “rivelazione”,
in virtù della quale, svelato l'arcano, tutto andrebbe “a
posto”. Come se si recuperasse il tassello mancante o si estraesse
il dente cariato.
A mio avviso non é esattamente
così.
Non credo vi sia un mattone crepato
da sostituire o una specifica area di “infezione” da neautralizzare.
Certo, particolari elementi, vissuti, esperienze possono avere molta
importanza. E può anche essere utile soffermarsi con attenzione
su particolari ambiti. Sono dell'opinione, tuttavia, che un approccio
ad ampio spettro sia più adeguato. Non mi sembra che la nostra
interiorità, la nostra psiche, la nostra affettività, siano
strutturate a compartimenti stagni e pertanto non ritengo opportuno isolare
del tutto specifici elementi presumendo di interessarci solo di questi.
Credo siano più opportuni
impegno e attenzione a 360°.
Mi viene in mente una metafora:
quella di una macchina arruginita. Sì, é vero, la ruggine
all'inizio ha fatto presa in uno o pochi punti isolati. Ma poi si é estesa.
E non é detto che i punti di attacco della ruggine siano quelli
che, in seguito, hanno determinato l'incepparsi della macchina nel suo
insieme. Forse, anche se fossero stati diversi, i risultati nefasti sarebbero
stati equivalenti. E anche se togliessimo la ruggine da quei primi punti
d'attacco, la macchina rimarrebbe comunque ferma.
E allora?
Allora si tratta di smontare
l'intero meccanismo, ingranaggio per ingranaggio. E limare via la ruggine,
lubrificare ogni millimetro. In alcuni punti troveremo maggiori incrostazioni.
In altri meno. Ma così procedendo non credo che, quando la macchina
ripartirà (dapprima a fatica e cigolando), ciò sarà dovuto
a uno specifico aggregato scovato e rimosso. E poi, se della ruggine
non si asportano quelli superiori, gli strati inferiori rimangono nascosti.
Ma, se avremo imparato i meccanismi
attraverso cui la ruggine può intaccare il ferro, magari nei punti
più esposti, avremo anche maggiori probabilità di preservare
il tutto. Anche difendendoci dagli “agenti atmosferici”.
L'estate scorsa ho fatto costruire
una piccola ringhiera e un cancelletto a poche centinaia di metri dal
mare. Una zona dove la salsedine brucia il ferro con una rapidità impressionante.
A lavoro finito, mi accingevo a trattare il ferro con vernice antiruggine
e smalto. Ma il fabbro, vecchio volpone, mi ha sconsigliato: é meglio
farlo arrugginire, prima, il ferro nuovo. Non molto: solo dopo qualche
mese va scartavetrato finemente il primo strato di ruggine per renderlo
liscio. Poi vi si passa una sostanza che converte la ruggine, trasformandola.
Si ottiene così uno strato duro, omogeneo, fermo e resistente.
Solo allora conviene procedere col resto del trattamento.
Morale: anche la ruggine, se
ben trattata, può rappresentare una valida difesa contro se stessa. Purché vi
si lavori sopra. Certo, meglio sarebbe potere usare acciaio o altre leghe
inattaccabili. Ma, visto che non sempre é così, cerchiamo
comunque di arrangiarci al meglio.
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