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Resistenze al cambiamento

 

Fra le parole che non di rado vengono adoperate per descrivere le difficoltà inernti al superamento della condizione di tossicodipendenza attiva, una certa ricorrenza la si riscontra rigurado al concetto di "alibi" e a quello di "giustificazioni". Spero che non risulti noiso richiamare l'attenzione su di essi, sui loro significati, sulle implicazioni del loro uso, proponendovi alcune considerazioni al riguardo.

Per prima cosa desidero notare che, quando si parla di "alibi" o "giusitificazioni", soprattutto in un certo contesto, la connotazione che a tali parole viene attribuita é, generalmente, se non proprio negativa, quanto meno "tendenziosa".

In effetti sembra che la "tendenziosità" sia una caratteristica di tali parole anche nell'uso comune, laddove tuttavia non é aprioristicamente escluso - tutt'altro - che un alibi possa essere tanto fondato quanto veritiero, né che una giustificazione possa consistere in validi motivi. A mero titolo di esempio propongo il caso del sospettato di un crimine che può dimostrare la sua innocenza ed estraneità a un delitto, o dello studente che, per seri motivi di salute, non può adempiere gli impegni scolastici.

Può anche essere utile soffermarsi sul fatto che alibi e giustificazioni presuppongono, se non proprio un "misfatto", comunque manchevolezze, omissioni, leggerezze, o presunte tali, da contestare e attribuire; comunque l'esistenza di vicende alle quali si intende porre riparo (il che non é detto debba necessariamente corrispondere alla ricerca di "colpevoli" da punire) o comunque da verificare (proprio nel significato etimologico di rendere aderente alla verità).

In ogni caso é possibile che, soprattutto in riferimento ai temi di cui ci occupiamo in questo sito, sia opportuno inserire una distinzione essenziale; e cioé quella tra il "contenuto" dell'alibi e/o della giustificazione, in sé e per sé, e l'uso che é possibile farne in un senso piuttosto che in un altro.

Forse si corre il rischio di banalizzare l'argomento o di affrontarlo semplicisticamente. Anche perché verosimilmente si tratta di questioni ricolme di sfumature diverse.

Ad ogni modo, ad esempio, diciamo: la tale storia, situazione, difficoltà, esperienza, emozione, relazione, il tale evento, stato d'animo, incontro gioca o ha giocato un ruolo importante nella mia condizione esistenziale e/o di malessere.

Ebbene, di fronte a una ipotetica affermazione del genere potrebbe essere il caso di non sminuire, né sopravvalutare alcunché, sia nei confronti di se stessi che in quelli altrui. Abbiamo comunque facoltà di riflettere sulle conseguenze che possono o meno derivare da siffatti argomenti.

Quando si dice o si pensa che un'affermazione come quella di cui sopra può recare insito un alibi o una giustificazione, dobbiamo stare attenti, sia nei nostri che negli altrui confronti. Secondo l'opinione di molti il malessere va ascoltato, va tenuto in considerazione, gli va riconosciuta dignità. Ha diritto di parola e di cittadinanza.

Certo, l'individuo, la persona, il nostro interlocutore interno o esterno può comunque avere bisogno di strumenti per non soggiacere al malessere (quand'anche fosse negato o misconosciuto), anziché limitarsi a subirlo schermandosi. Ma non é detto che il semplice "bollino" di alibi o giustificazione sia a ciò sufficiente. Come, di converso, non sembra neanche costruttivo un atteggiamento di indiscriminata passività e accondiscendenza.

Che il malessere vada accettato, sembra un fatto opportuno. Tra l'accettarlo per affrontarlo e l'usarlo strumentalmente (più meno consapevolmente) può comunque esservi un sottilissimo quanto importantissimo discrimine. Provare a cogliere tale discrimine, di volta in volta, con l'aiuto degli altri, potrebbe essere un elemento tutt'altro che indifferente per chi desidera incamminarsi e progredire lungo la faticosa strada della consapevolezza e della sobrietà. Forse, riguardo alibi e giustificazioni, non é tanto rilevante il loro "accoglimento" o meno, in certi ambiti.

Chissà che non sia più importante il percorso stesso attraverso il quale potrebbero essere "accolti" o meno, anche a prescindere dalla sua eventuale conclusione ed esito.


Naturalmente questa é tutt'altro che una difesa d'ufficio di alibi e giustificazioni e delle resistenze al cambiamento. Ma, in tale ambito, può essere allo stesso tempo opportuno non indossare la toga del Pubblico Ministero. Può essere auspicabile, per ciascuno, trovare "Giurie" attente, prudenti e accorte. Anche se, verosimilmente non si tratta di esprimere condanne o assoluzioni. Quanto di essere aiutati a riflettere su quelle, recondire o meno, che ciascuno esprime nei confronti di se stesso

AA

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