Perché?
Leggevo
su un altro sito in cui si trattano temi inerenti alla tossicodipendenza
alla droga e all'alcolismo l'intervento di un operatore
medico. Un bell'intervento il cui leit motiv è costituito
dalla domanda che dà titolo alla presente discussione.
Perché la gente cade e ricade
nella droga, nella dipendenza in genere? Perché
le terapie non sempre vanno a buon fine e anche quando sono
condotte in modo ortodosso possono essere seguite (anche
a media o lunga scadenza) da una recidiva?
Non credo che sia possibile rispondere in modo netto e univoco
a tali domande. Si tratta di domande (e mancate risposte)
che tuttavia, a mio avviso, possono suggerire molte riflessioni.
"Tu non puoi capire!"
Questa la (mancata) risposta che spesso le persone direttamente
coinvolte nella dipendenza oppongono a varie osservazioni
da parte di chi, soffrendo, assiste al dramma di persone
care.
Cosa significa?
Verosimilmente può significare molte cose, pur con
sfumature diverse nelle varie situazioni.
A mio avviso l'esperienza della dipendenza, della soggiacenza
alla compulsione, è un'esperienza che mina profondamente
il rapporto del soggetto con se stesso, oltre che con gli
altri. Ritengo che l'esperienza di "una parte di sé
fuori controllo", e per giunta dominante rispetto alla sfera
razionale e consapevole, sia fortemente pregiudizievole
non soltanto dell'autostima, ma del senso stesso di identità
personale (chi sono io, se non riesco a essere me stesso,
se una forza ignota, un'irrefrenabile pulsione, mi trascende
e mi padroneggia, attraverso oggetti esterni?).
Dunque,
in definitiva, come vorresti tu potere
capire, se non capisco io stesso?
Fra i libri che consiglierei ce n'è uno che s'intitola
"Change" (cambiamento), scritto da Watzlawick, Weakland
e Fisch e pubblicato in Italia da Astrolabio. Gli autori
sostengono che, in particolari frangenti, la primaria ricerca
delle spiegazioni (i perché) non sia il migliore
presupposto per realizzare, consentire o agevolare un cambiamento.
Le loro argomentazioni sono, a mio avviso, molto interessanti
e significative. Spaziano dalla filosofia della scienza
alla pratica clinica e io, naturalmente, non pretendo di
sostituirmi a loro e rimando chi ne avesse interesse alla
lettura del libro.
Per quanto riguarda la mia opinione, non credo, in ogni
caso, che sia prioritariamente importante trovare (e neutralizzare)
i motivi per cui ci si droga o si ricade. Anche perché
non credo che in questo ambito esistano variabili nettamente
circoscrivibili o nessi di causa effetto rigidi e determinanti.
Mi sembra che ogni singola, particolare situazione (ferme
restando, al limite, alcune tendenze di fondo ricorrenti)
vada considerata di per sé, nella sua singolarità,
nella sua globalità, complessità, nella sua
economia generale e nella sua evoluzione. La ricerca dei
"perché" credo sia progressiva e lenta. Credo anche
che sia più importante cercarli,
i perché, piuttosto che trovarli seguendo
il miraggio della della "soluzione istantanea". Inoltre
penso che non siano tanto importanti le motivazioni per
cui ci si droga o si ricade, ma quelle rispetto alle quali
si può trovare o meno sufficiente soddisfazione,
serenità e "senso" nel fare cose altre (e con altri),
rispetto al drogarsi o all'alterare la propria coscienza
in vari modi. Il che mi sembra vada ricercato da ciascuno
in se stesso e con l'aiuto degli altri. E non è facile.
Mi chiedo inoltre: non è possibile che nel "tu non
puoi capire!" sia presente anche una "resistenza", un alibi?
Il fatto che nessuno possa capire, in questo senso, costituirebbe
una roccaforte per il mantenimento della dipendenza, una
corazza della dipendenza
stessa a difesa da ogni possibile cambiamento e forma di
aiuto. Non è un caso, a mio avviso, che uno dei più
potenti grimaldelli (ma non l'unico) per scardinare tale
corazza sia il rapporto con persone che l'esperienza della
dipendenza attiva hanno vissuto e magari superato. Situazioni,
dunque, alle quali è inapplicabile, per definizione,
il "tu non puoi capire!". Situazioni che, quindi, sotto
un certo aspetto, possono mettere in crisi resistenze e
difese nei confronti della sofferenza, del dolore e della
metanoia che il cambiamento in tale ambito comporta: a partire
dall'astinenza, lungo il percorso di rinsaldamento della
personalità, talvolta molto lungo, incerto e travagliato.
Percorso
verso quella "nostalgia di un godimento impossibile" che
uno psicanalista lacaniano individuava come segno saliente
(al di là dei tanti luoghi comuni, delle molte razionalizzazioni
e di semplicistiche formule) di una vantaggiosa
rielaborazione e ricollocazione dell'esperienza trascorsa
AA
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