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La malattia della dipendenza

 

Il fatto di annoverare o meno la dipendenza fra le "malattie" non è esente da discussioni. Lungi da me l'idea di formulare giudizi definitivi o avversarne altri. Desidero soltanto esprimere alcune considerazioni generali. A proposito di "malattie", credo vada tenuto in considerazione il punto di vista dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo tale istituzione sovranazionale con "malattia" si intende qualsiasi stato pregiudizievole del benessere fisico, psichico e sociale dell'individuo.

Questa definizione può essere accettata o meno. In ogni caso, a meno di non volere considerare la dipendenza uno stato di benessere fisico, psichico e sociale, mi sembra oziosa ogni discussione nel merito.

Nello specifico della tossicodpendenza l'OMS aggiunge che trattasi di una "malattia" cronica e recidivante. E direi che, sotto questo aspetto, purtroppo, i lunghi periodi di assiduità e le ricadute sono sotto gli occhi di tutti. Ma questo non significa, a mio avviso (e non solo mio), che la td sia sempre, in ogni caso e in assoluto una condizione "irreversibile", o il cui decorso non possa comunque essere arrestato.

Io ritengo auspicabile che ciascuno trovi al proprio desiderio di cambiamento (nell'auspicio che emerga e si consolidi) opportunità confacenti al proprio sentire e alle proprie esigenze. Che poi questo sentire e queste esigenze possano consolidarsi o evolvere nel tempo, esprimersi in una o nell'altra direzione, é un altro discorso, e anche in questo caso mi sembrano legittime le diverse istanze, se coerenti con il proposito di base (quello di migliorare progressivamente, anche attraverso fasi travagliate, situazioni e condizioni di partenza spesso davvero disagevoli e sofferte).

Questo in linea di massima. Ma mi permetto di aggiungere qualche altra cosa. Per farlo parto da lontano. Ho notato sovente, confrontandomi in alcuni ambiti della sanità istituzionale e della ricerca sociale e scientifica, che riguardo la dipendenza si sprecano i paragoni. Sento dire da sedicenti esperti: "la dipendenza é una malattia come questa o come quest'altra". Oppure: "la dipendenza va considerata alla stregua di una normale malattia". Questo genere di affermazioni mi ha sempre lasciato molto perplesso. E non di rado mi é capitato di chiedere, umilmente, spiegazioni: perché riguardo la dipendenza esiste questa esigenza di assimilarla a qualche altra cosa? Quando anche, in realtà, i paragoni si fanno fra cose diverse e non uguali? E poi, cosa significa una "normale" malattia"? Che forse esistono malattie "normali" e altre "anormali"? Perché, più semplicemente, non considerare le cose per quelle che sono?

Orbene, queste mie osservazioni nei confronti di presunti sedicenti "esperti", non hanno mai ottenuto, in replica, che vacui farfugliamenti. Si badi bene, a monte dei tanti luoghi comuni, ciò che la scienza, quella seria, ha da dirci riguardo le dipendenze, non è moltissimo, né offre granitiche certezze definitive. Ma non per questo è privo d'importanza, anzi.

A mio avviso (e non solo mio) la dipendenza (pur nelle sue diverse espressioni), va considerata assolutamente un capitolo a sè, sia dal punto di vista eziologico che epidemiologico. Tutto il resto mi sembrano solo chiacchiere, votate ad ammantare di infondate pretese di scientificità affermazioni che lasciano il tempo che trovano. Chiacchiere che possono anche avere una loro utilità, relativa al fatto che ciascuno é libero di esprimere i propri vissuti soggettivi nel merito e anche di trarne giovamento. Ma se parliamo di oggettività e generalizzabilità, la scienza, quella seria (non quella dei ciarlatani), é molto, molto prudente.

Un'altra cosa voglio dirvi, sempre riguardo i tanti confronti e dibattiti cui ho avuto la ventura di assistere. Mi sembra che un'altra tendenza si presenti: quella di ricondurre la dipendenza a una "parte" della persona. Magari a un organo. O a una funzione. O a una capacità. Chi tira da una parte, chi tira dall'altra, escludendosi a vicenda. Chi delimita questo settore, chi quell'altro. E allora per qualcuno é il cervello che non funziona, magari in qualche suo neurotrasmettitore deficitario. Per qualche altro é una questione che attiene le attitudini più o meno "morali" dell'individuo. Per altri si tratta di un gene sghiribizzo. Oppure bisogna guardare ad esperienze familiari non adeguate. Ma é mai possibile che in questo mondo parcellizzato non si debba mai guardare alla persona, alla singola persona nella sua interezza? Nella sua unicità essenziale e multiforme di vissuti, esperienze, biologia, relazioni, emozioni, sentimenti?

I cavalieri del nulla, ironizzava quel tale a proposito dei super specialisti di ambiti sempre più delimitati, ristretti e separati fra loro. Che sia proprio questa tendenza a smembrare la persona, una delle matrici fondamentali della crisi d'identità mascherata dalla dipendenza?

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