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Libertà

Certe volte penso che ai nostri giorni, soprattutto in riferimento ai temi di cui ci occupiamo, il concetto di libertà sia un tantino abusato e inflazionato. Io ritengo opportuno riflettere su tale concetto, con l'auspicio che provare a definirne i contenuti non sia inteso come un pregiudizio del suo indiscutibile valore.


Pongo questa premessa perché talvolta ho l'impressione che la "libertà", anziché valore fondamentale da salvaguardare, da rivendicare e soprattutto da costruire, sia ridotta al rango, poco edificante, di "totem", in nome del quale proferire slogan (più o meno strumentali e/o funzionali a particolari interessi) piuttosto che essere considerata meta cui tendere, individualmente e collettivamente, con impegno e responsabilità.


Prendo spunto, al riguardo, dall'annoso dibattito sulla salute mentale e le dipendenze. Nel corso degli anni '70 molte correnti di pensiero si sono opposte, giustamente e con veemenza, ad atteggiamenti criminalizzanti, repressivi e segregativi nei confronti di persone in difficoltà. Tale impostazione ha condotto, tra l'altro, alla scelta di sopprimere quell'abominio "medico" costituito dagli ospedali psichiatrici e, più in generale, al sacrosanto riguardo per la dignità e per la cittadinanza di persone afflitte da particolari problemi.


Nondimeno, se ci si attendeva che tale scelta consentisse un colpo di spugna sui problemi delle persone, ci si è illusi. E poi delusi. In assenza di alternative e opportunità concrete, la pia intenzione di "reintegrare socialmente" soggetti deboli è perlopiù rimasta tale, ed ha condotto, a volte, ad altre forme di emarginazione. Senza che ciò, di fatto, consentisse una piena ed effettiva realizzazione della "libertà" di persone in difficoltà e dei loro familiari. Qualcuno ha azzardato che, dai luoghi di segregazione, si tende a passare alla segregazione senza luoghi.


A mio avviso ci vuole buon senso. Invece ho l'impressione che, spesso, sia sufficiente far notare che la semplice affermazione di principi astratti non basta (per farsi realmente carico dei problemi) per sentirsi piovere addosso contumelie e critiche a volte parossistiche. E così, chi mostra qualche perplessità su certe politiche sociali in tema di salute mentale e dipendenze, viene ipso facto tacciato di intenti "manicomiali" o di propositi "repressivi". Se non di peggio.


Non è così. E per fortuna persone di buon senso che lo sanno ce n'è. Ma per molti, magari in crisi ideologica, ciò che importa sembra essere, talvolta, la possibilità di strumentalizzazione e l'identificazione di un capro espiatorio su cui proiettare la propria aggressività (da frustrazione?).


Io non credo che un individuo in situazione di dipendenza o afflitto da certe forme di sofferenza mentale, sia un individuo che ha realizzato appieno le proprie potenzialità di libertà (e non mi riferisco soltanto alla libertà pratica, "motoria", per così dire). E allo stesso tempo non sono certo che si sia fatto abbastanza per aiutare queste persone ad ascoltare e realizzare le proprie potenzialità di libertà autentica (che poi non credo che esista alcuno, per quanto "sano", "libero" in senso assoluto).


Ma ciò che più mi rende perplesso è che, in nome della "libertà", si possa correre il rischio di farsi beffe della libertà medesima. Per questo motivo proporrei approcci più pacati e problematici. Gli slogan mi hanno stancato. E a voi?

AA

 

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