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Impulsività e aspettative

 

Molti di voi ricorderanno la pubblicità di un'azienda produttrice di banane, la quale assicurava ai consumatori che solo dopo un'accurata serie di controlli sul processo produttivo (e di ottimizzazione del medesimo) si conferiva ai frutti esotici l'agognato bollino blu di garanzia.

Talvolta, a questo proposito, mi strappa un solitario sorriso immaginare un parallelismo fra i gustosi frutti e le persone dipendenti.

Io sono convinto del fatto che adeguati percorsi terapeutici, socio-riabilitativi, spirituali o che altro ancora, laddove corrispondano a un sostanziale desiderio di cambiamento (o alla sua progressiva emersione e consolidamento) possano efficacemente aiutare le persone dipendenti ad acquisire, nel tempo, sufficienti serenità, stabilità, capacità di autogestione, senza il necessitante ricorso a stampelle chimiche e/o compulsive.

In tale contesto, tuttavia, non penso che si possa attribuire grande significato, se non di bonaria ma attenta considerazione, a modalità di comunicazione che, talvolta, sembrano proiettare sulle persone dipendenti schemi di comunicazione simili a quelli adottati per le banane.

Penso sia assolutamente comprensibile (e anche condivisibile) l'auspicio, da parte di un familiare, congiunto o partner, che un proprio caro afflitto da problemi di dipendenza possa migliorare la propria condizione, trovando e perseguendo una strada a tal fine adeguata.

Penso anche, tuttavia, che l'acquisizione di sobrietà non possa, in definitiva, soggiacere a logiche assimilabili al "controllo di qualità" o a quelle di garanzia.

Questo perché, a mio avviso, la sobrietà é, per definizione, una dimensione eminentemente personale, nonché indipendente da aspettative e garanzie dei vari interlocutori nei confronti di terzi.

La mia opinione é questa: assistere alla dipendenza di un proprio caro facilmente può porre i congiunti in una situazione, oltre che di sofferenza, anche di profonde insicurezza e incertezza. Ciò, non di rado, col supplementare travaglio della codipendenza.

Non é raro, secondo me, che le incertezze e le carenze di sicurezza vengano compensate (forse un tantino illusoriamente, oltre un ragionevole prudente ottimismo) attribuendo a "garanti terzi" capacità e significati dalle venature vagamente salvifiche e onnipotenti (sui quali magari proiettare, senza rendersene conto, le proprie personali istanze di pari segno).

Intendiamoci: con questo non voglio assolutamente sminuire l'opera di tante persone e iniziative obbiettivamente capaci di contribuire al progressivo recupero di serenità da parte di molte persone (non tutte) dipendenti e dei loro familiari.

Penso soltanto che confidare eccessivamente su definite garanzie e bollini blu da parte di terzi possa, indirettamente, esautorare da importanti impegni di costruzione e di manutenzione. Non già della "guarigione" altrui, quanto della propria personale e autonoma serenità e della capacità di investire su questa per metterla a frutto nei vari frangenti e sviluppi.

Penso che talvolta l'eccessiva enfasi su provvidenziali interventi esterni rischi di coprire, difensivamente, esorcizzandole, difficoltà di accettazione e comprensione del proprio dolore e di quello altrui.

E questo, a mio avviso, merita attenta riflessione. Anche perché, forse, da un certo punto di vista, si potrebbe dire che ogni tossicodipendente, seppur con le peculiarità di ciascun singolo individuo e situazione, altro non é se non il nodo di una rete di relazioni in cui si esprime l'incapacità collettiva di attribuire senso al dolore, negandolo impulsivamente.

AA

 

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