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InsiemeSenza droga, alcolismo e comportamenti compulsivi

 
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Comportamenti d'abuso,

salute, guarigione

 

Non voglio argomentare capziosamente riguardo i due poli proposti nel titolo di questo intervento: credo ci sia già abbastanza "rumore" in giro, al riguardo. Si va dalle dichiarazioni trionfalistiche di chi proclama successi in serie, un tanto al chilo, a chi, sul versante opposto (e mi riferisco a Istituti e organizzazioni che pretendono addirittura di orientare le politiche sociali dello Stato) dichiara a chiare lettere l'irreversibilità biochimica della tossicodipendenza e l'unica possibile prospettiva del mantenimento farmacologico/sostitutivo a oltranza, pena l'ineluttabile ritorno nell'abisso.

A me, personalmente, queste risibili posizioni interessano poco. Dico una cosa, comunque: in sede squisitamente biochimica non mi risulta alcuna dimostrazione significativa riguardo alterazioni permanenti (pregresse o conseguenti) dei sistemi neuropsicologici coinvolti nella dipendenza in sé e per sé. Da questo punto di vista (e non solo da questo) la tossicodipendenza non é esattamente come il diabete. Tutt'altro. E comunque, come traspare anche da varie voci, rimane la componente "psico-sociale", con le sue sfuggenti implicazioni. Mi chiedo allora: da questo punto di vista, quello psicologico e delle relazioni con gli altri e con l'ambiente, che differenza c'é (se c'é) fra "guarire" e "arrestare" la malattia tossicodipendenza?

Io vi dico, onestamente e sinceramente, che non lo so.

Non so se la malattia tossicodipendenza sia oggettivamente suscettibile di guarigione o di arresto. Dell'una di tutt'e due o di entrambe, comunque sì, secondo me. I fatti, d'altronde, mi sembrano evidenti in molti casi.

E dico anche che, a mio avviso, la questione, indipendentemente dalle incertezze oggettive può comunque avere, sul versante soggettivo, non indifferenti implicazioni.

Da questo punto di vista ritengo che eccessiva, frettolosa e prematura enfasi sulla guarigione tout court possa esporre gli individui, sia personalmente che nei confronti degli altri soggetti coinvolti, a ripercussioni non sempre apportatrici di serenità, di autentiche capacità di autogestione e consapevolezza e, dunque, di sostanziale costrutto.

D'altro canto, penso anche che una preclusione "in assoluto" al concetto di guarigione, alla sua possibile prospettiva quantomeno, possa inutilmente pregiudicare percorsi di consolidamento dell'identità e della motivazione al cambiamento.

Fermo restando che, a mio avviso, chi ha avuto gravi problemi relativi a determinati e specifici comportamenti, non può più patteggiare con questi, se desidera realmente addivenire a una positiva modifica della propria condizione. Ma con questo non intendo dire che il comportamento in sé e per sé sia l'"agente patogeno", né che, specularmente, la specifica astensione sia inequivocabile segno di salute. Dico piuttosto che, a mio avviso, per chi ha conosciuto gravi e autodistruttivi periodi ossessivo/compulsivi, il nesso fra specifico comportamento e situazione bio-psico-sociale complessivamente pregiudicata é talmente stretto, simbiotico e intenso (mi viene in mente il parallelo, pur se non del tutto appropriato, con il condizionamento pavloviano) da non consentire più di isolare un solo elemento dagli altri, per condurlo a un altro contesto.

Così non credo che per un (ex?) alcolista sia auspicabile l'intento di addivenire a una condizione di bevitore sociale. O per una bulimica concedersi un'abbuffata ogni tanto. Allo stesso modo conosciamo bene gli esiti del "farsi una pera ogni tanto", o "una tantum", da parte di chi proviene da (o ha conosciuto in passato) fasi marcate di dipendenza da stupefacenti.

Ma dico anche che considerare questa situazione sinonimo di persistente cronicità merita, a mio avviso, riflessione.

Io non penso che chi giunge alla sobrietà e riesce a mantenerla, continui ad astenersi da certi comportamenti per evitare un agente patogeno specifico, come nel caso di un'allergia. Penso piuttosto che, in concomitanza di un percorso serio e approfondito, l'individuo possa, seppure lentamente, addivenire stabilmente, nel tempo, a una condizione in cui sia superato l'interesse, l'orientamento, la pulsione, la tendenza, alle compensazioni improprie che il sintomo consente.

Sì, é vero, ci sono le ricadute. Anche a lungo termine. O gli spostamenti verso altre dipendenze patologiche. Ciò potrebbe inficiare il mio ragionamento. Ma potrebbe anche significare che la cura, o il "percorso interiore", o "spirituale", "terapeutico", "socio-riabilitativo" o come cavolo lo si voglia definire, non era compiuto. Che magari era rimasta qualche scoria a covare, nascosta chissà in quale recesso della psiche o in qualche relazione patogena.

Insomma, anche a proposito di questa polarità (arresto/guarigione) credo ci sia richiesto grande impegno di umiltà a fronte delle notevoli incertezze, dei tanti risvolti e dei svariati punti di osservazione via via adottabili. Fermo restando che, come anche si é detto in varie sedi, i concetti di salute e malattia, definizioni a parte, per quanto importanti e utili, sono tutt'altro che compartimenti stagni. E poi sono convinto che, in definitiva, quando ci viene chiesto; "come stai?", sappiamo, quando rispondiamo "bene!", se e fino a che punto, "in fondo", il suono di quel "bene", convinca noi stessi che lo pronunciamo.

Comunque, detto tutto questo, penso che la prospettiva di base del possibile "arresto" della malattia (in quanto posizione "coi piedi per terra"), vada comunque condivisa, indipendentemente da ogni altra considerazione. Anche perché si tratta di questioni che, in definitiva, per certi aspetti, possono ridursi a mere dispute terminologiche e convenzionali, formali dunque. Credo che riguardo le questioni di fondo, e le pregnanti sfumature che possono assumere, ciascuno sia chiamato a un'attenta valutazione di se stesso, anche attraverso lo specchio altrui.

E poi penso un'altra cosa: rispetto al mondo della tossicodipendenza, delle dipendenze in genere, ciascuno di noi ne conosce un segmento, una parte, in base alla quale forma le proprie opinioni e convinzioni e del quale, magari, condivide valori, linguaggi, esperienze, modi di vedere. Fra i diversi "mondi" possono crearsi punti di contatto e di scambio costruttivo: ne sono convinto e ne ottengo conferma.

In ogni caso non possiamo presumere di formulare affermazioni assolutamente generali, fermo restando che ogni gruppo é chiamato a costruire e difendere la propria identità collettiva, soprattutto se risulta utile a molti individui altresì chiamati a costruire se stessi con gli altri. Ma non conosciamo, in generale, il mondo della dipendenza, che é soprattutto sommerso e quindi mal si presta (o non si presta affatto) a considerazioni, studi, analisi, validi universalmente. E' già difficile operare in questo senso a partire da popolazioni note, e quindi campionabili in modo rappresentativo, figuriamoci laddove non sappiamo neanche di chi e di cosa stiamo parlando, se non di noi stessi e delle nostre proiezioni.

AA

 

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