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InsiemeSenza droga, alcolismo e comportamenti compulsivi

 
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Relazioni familiari, autonomia, responsabilità e comunicazione

 

Riflettevo su alcuni concetti ricorrenti in diversi interventi relativi all'approccio nei confronti di familiari dipendenti. Concetti che ruotano attorno all'azione di mandare "fuori casa" il congiunto tossicodipendente. Detto in questi termini potrebbe sembrare un atto crudo, cinico e gratuito. Invece io sono dell'opinione, che anche da altrove mi sembra trasparire, che sia importante il versante psicologico e relazionale di tale atto, a prescindere dall'atto stesso.


A mio parere, se due persone maggiorenni hanno differenti stili di vita, nulla obbliga a forzare la convivenza ove questa, per vari aspetti, non risultasse gradita a una o a entrambe le parti, per via dei limiti di ciascuno. Anche se interromperla può arrecare sofferenza. E non mi riferisco soltanto, né fondamentalmente, al fatto di "drogarsi" in sé e per sé.


Detto questo, mi sembra che, ove un individuo dovesse adottare stili di vita non graditi ad altri, dovrebbe trarne le conseguenze dovute, e cioè scegliere ambienti adeguati al proprio stile di vita, anziché imporre ad altri le proprie scelte. Ove non fosse usata tale accortezza, riterrei adeguato esprimere disappunto per la mancanza di delicatezza.

Naturalmente rimarrei nella piena disponibilità al dialogo, per eventuali chiarimenti, possibili accordi, per eventualmente affrontare difficoltà e problemi. Ciò, naturalmente, in base a principi di chiarezza e ad impegni reciproci precisi e cementati dall'affetto. Manterrei inoltre la piena disponibilità a riaggiustare progressivamente accordi, impegni e garanzie reciproci, ma non gradirei subire imposizioni o prese in giro, essendo proprio questo, fondamentalmente, ciò che non mi garberebbe di certi stili di vita, piuttosto che la droga in sé e per sé. Altrimenti ribadirei l'invito a prendere la via scelta, piuttosto che essere costretto io a mandare via qualcuno. A meno di non essere messo con le spalle al muro.


Certo, per un genitore è difficile rimettere completamente al proprio figlio la responsabilità di un certo tipo di scelte. Come già detto può sembrare cinico. Si vorrebbe poter risolvere le cose altrimenti, in modo più "soft".


Io credo che la faccenda abbia molte sfumature, alcune davvero sottili, su cui, forse, vale la pena riflettere. E questo, ripeto, indipendentemente dal "concreto" mandar via di casa il congiunto tossicodipendente. Anzi, probabilmente il tenere conto del versante "emotivo" del "mandare via" potrebbe, come dire, mitigarne il versante pratico.


Poniamo il caso: un genitore scopre che il figlio si droga. Cosa succede a questo punto? In genere accade che il genitore, sconvolto, desidera che il figlio non si droghi e quindi ritiene di "fare qualcosa", nei suoi confronti, affinché le cose cambino, per il suo bene (posizione peraltro comprensibilissima e legittima). Perlopiù questo messaggio viene inoltrato in modo alquanto ansioso, o comunque con tinte emotive molto forti.


Cosa succede, a questo punto, dalla parte di chi riceve il messaggio (il figlio "drogato")?


Intanto va detto che il ricevente, e cioè la PERSONA cui è destinato il messaggio, si trova in una particolare situazione: può essere che si sia fatto qualche canna più o meno sporadica, può essere ancora in "luna di miele" con sostanze anche più "impegnative", o può aver già sperimentato più o meno gravi disagi in relazione a una prolungata condizione di dipendenza.


Ad ogni modo, come decodificherà quel messaggio?


E' possibile che, qualcosa dentro di sé, anche indipendentemente dalle intenzioni del trasmittente e forse anche senza consapevolezza da parte del ricevente, dica: "non è vero che tu vuoi che io cambi per il mio bene, ma per il tuo, giacché se io non cambio tu stai male (e lo si evince dal tono e dalle modalità del messaggio che mi invii)".


Questa lettura, forse, è tanto più probabile, per quanto inconsapevole, quanto più sono drammatici i toni del messaggio ricevuto. A questo punto è possibile che si crei un "corto circuito" nella comunicazione (e nelle sottostanti emozioni), una specie di circolo vizioso. Per cui, quanto più si cerca di ottenere il cambiamento, tante più "resistenze" si suscitano alla stessa possibilità di cambiamento. Le cose e le incomprensioni si complicano, diventano sempre più conflittuali, e i comportamenti si radicano tanto più quanto più li si vorrebbe "cambiare".


La stessa situazione può presentarsi anche se "non-detta", laddove all'inizio non si vuol credere e ammettere che il congiunto abbia problemi. Ma anche in certi "insabbiamenti" da struzzo, il ricevente dei messaggi "non-detti" (ma non per questo meno significativi, anzi) può leggere gli stessi contenuti.


A fronte di una situazione del genere, come potrebbe essere impostato un nuovo schema di comunicazione per scardinare quello esposto? E' possibile che, al precedente messaggio (e sottostanti emozioni), sia opportuno che se ne sostituisca un altro strutturalmente diverso: "Io non faccio niente per il tuo bene, e neanche desidero che tu smetta di drogarti, solo non condivido questa scelta, che è tua, e ne rimetto a te la responsabilità assoluta. Ma siccome voglio stare tranquillo/a, per il mio bene, ti invito a rispettare la mia scelta e a trarne le conseguenze, così come io rispetto la tua. La accetto e ti accetto, ma non per questo condivido. Comunque sono sempre a disposizione per iniziative costruttive, laddove, ora o poi, dovessi avvertirne l'esigenza". (Forse solo accettando di fare il "proprio bene" si fa anche quello altrui) .


Suggeriva una persona dipendente ai familiari, di mantenere la calma, anche se è "umanamente impossibile", aggiungeva. Diceva Sigmund Freud che, al mondo, tre sono le cose impossibili: educare, curare e governare. Forse il paradosso consiste nel fatto che, quando se ne prende coscienza, quando si sperimenta l'umanissimo sentimento di impotenza, qualcosa, proprio allora, quasi miracolosamente diviene possibile. E, forse, ciò che diviene possibile è proprio parlare di tutto ciò, e delle tante implicazioni e sfaccettature di questo nuovo modo di porsi reciprocamente, uscendo dal precedente schema bloccato.


Chi studia il cambiamento, in termini di comunicazione, nota che esso avviene tanto più facilmente quanto meno si pretende di dirigerlo o ottenerlo e comunque sempre in modo paradossale, attraverso discontinuità logiche.


"Mandar via da casa", dunque, potrebbe presupporre una posizione emotiva e relazionale molto più rilevante, pregnante e articolata che l'atto in se stesso e, piuttosto che significare un momento di abbandono, potrebbe trasmettere la promessa e la premessa di un incontro più autentico. Ma questo può saperlo, o meglio, sentirlo, ciascuna singola persona che si trova ad affrontare determinate e particolari situazioni, a seconda del proprio modo di vedere e delle responsabilità che si è disposti (o meno) ad assumersi, in un senso o nell'altro, momento per momento.

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