Mi
trovo in imbarazzo nel pubblicare questo scritto, in quanto
riferito personalmente a un individuo in relazione ad argomenti
meritevoli di riservatezza e rispetto della privacy. Ho
sempre evitato di "fare nomi", preferendo mantenermi sul
generico anche in relazione a personaggi storici, letterati
e artisti il cui abbinamento con varie sostanze appartiene
ormai al novero dei luoghi comuni,
anche in relazione a materiale da essi stessi pubblicato
e, dunque, appunto, di pubblico dominio.
D'altronde, anche per quanto riguarda il genio viennese,
esistono svariati documenti pubblici concernenti l'argomento.
In ogni caso, i motivi che mi inducono a "entrare nel merito",
con riferimento al fondatore della psicanalisi, sono ben
specifici: vorrei provare a ristabilire alcune cose che,
mi sembra, talvolta vengono abbondantemente travisate.
Certa raffazzonata pseudocultura "tossica" o"fiancheggiatrice"
talvolta sembra (più o meno consapevolmente) presentare
Freud come un promotore, propugnatore, sostenitore dell'uso
degli stupefacenti.
Ebbene, le cose non stanno affatto così. Tutt'altro.
La realtà storica, psicologica, professionale, culturale
ed etica del grande medico merita, a mio avviso, ben più
attenta e rispettosa considerazione.
Innanzitutto va considerata, secondo me, l'epoca in cui
Freud muove i primi passi della sua attività di studioso
e clinico: la fine dell'ottocento. La medicina e la ricerca
scientifica non conoscevano di certo lo sviluppo e la sistematicità
odierni, né l'organizzazione conseguente. Poco o
nulla si sapeva, al di là di frammentari riscontri
empirici, delle nuove sostanze.
Quasi niente era codificato in termini giuridici. Orbene,
in tale contesto e in una certa fase della sua vita, è
vero, il giovane e ambizioso Dottor Freud
mostrò sostanziale interesse per la cocaina.
Ancora la psicanalisi era di là da venire, così
come non erano giunte a maturazione alcune esperienze importanti
che avrebbero orientato con determinazione Freud verso la"talking
cure".
E così Freud si dedicò allo studio della cocaina
(senza neanche trascurare, peraltro con un certo trasporto,
la ripetuta autosperimentazione).
Verosimilmente dovette rappresentare uno scorno non da poco,
per il giovane e ambizioso Dottor Freud, il fatto che i
suoi studi sulle proprietà della cocaina fossero
adombrati da quelli di un altrettanto giovane collega, che
assurgeva a notorietà e considerazione accademica
seguendo un percorso di ricerca parallelo, relativamente
alla medesima sostanza: quello concernente le sue proprietà
anestetico-locali, con particolare riferimento all'oftalmologia,
che avrebbe consentito significativi progressi e applicazioni
in chirurgia.
In ogni caso, in questa prima fase della sua attività
clinica, la cocaina occupa un posto nel bagaglio professionale
di Freud. Ma sembra che a un certo punto tale consuetudine
sia cessata e che la cocaina sia stata estromessa dai suoi
interessi. E' anche probabile che il nostro sia rimasto
alquanto scosso dalle infelici conseguenze di una "terapia"
di cocaina per via ipodermica nel trattamento di una persona
amica afflitta da morfinismo.
Di lì a poco (anche attraverso una fase preliminare
di attenta elaborazione e rielaborazione di significative
esperienze personali, relazionali, culturali e professionali),
il pensiero e l'opera di Freud assumeranno, con sempre maggiore
definizione, gli orientamenti e le prospettive che lo condurranno
ad occupare un posto di assoluto rilievo nel panorama della
cultura, della scienza e della civiltà.
Naturalmente non è questa la sede per esercizi critici
relativi al pensiero e all'opera di Freud. Tuttavia, rimanendo
in tema e con riguardo al titolo di questo intervento, mi
permetto di riportare due brevi passaggi, tratti appunto
dai suoi scritti, in cui emerge con nettezza la prospettiva
secondo la quale Freud, perlomeno a partire da un certo
momento, considerava e affrontava i temi della dipendenza.
Scrive Freud: "la cura deve essere condotta in
stato di astinenza, cioè in una situazione
in cui non vengono soddisfatti i bisogni, occorre lasciar
persistere i bisogni e i desideri, come forze propulsive
al lavoro e al mutamento, evitando quindi di metterli a
tacere con surrogati".
E ancora: " Per tutte le cure di divezzamento i risultati
continueranno ad essere solo apparentemente positivi fin
tanto che il medico si accontenti di togliere la droga al
malato, senza preoccuparsi della fonte dalla quale nasce
l'imperioso bisogno della droga. Le droghe sono destinate
a compensare, direttamente o per altra via, l'assenza del
piacere, e quando non sia possibile ristabilire una
vita di normali soddisfazioni, ci si può attendere,
con tutta sicurezza una recidiva "
Per vari decenni Freud portò avanti la sua "missione"
e il suo lavoro con dedizione e creatività. E con
progressivi echi e riconoscimenti internazionali. Uomo di
grande tempra, non di rado avversato e criticato, ebreo,
fu indotto a considerare l'ipotesi di abbandonare Vienna
dall'addensarsi degli spettri nazisti. Ma non voleva saperne
di andar via. Si narra che lo abbia convinto un amico, raccontando
la storiella di un ammiraglio processato per avere abbandonato
la nave che affondava. "Ma, Signor Giudice - avrebbe detto
costui - non sono stato io ad abbandonare la nave: è
stata lei ad abbandonare me!". Tale argomentazione fu accolta
da Freud che si trasferì in Inghilterra. E qui un
altro episodio della vita di Freud (o meglio al suo termine)
si collega alla droga. Ma non più alla cocaina.
Afflitto
per decenni da un cancro alla bocca
in lenta ma devastante progressione, peraltro stoicamente
affrontato, Freud concordò col suo amico-medico curante
un trapasso "lubrificato" dalla morfina, quando la situazione
fosse diventata un'insostenibile e inutile tortura. Struggente,
per fair-play e compostezza (indipendentemente da ogni giudizio
e opinione personale sull'argomento), il suo modo di avviarsi
al commiato, 64 anni fa, nei
pressi di Londra.
AA
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