Mi
sembra di riscontrare che, lungo differenti percorsi (seri)
finalizzati all'emancipazione dalla dipendenza attiva e
alla progressiva acquisizione di "sobrietà", il concetto
che dà titolo a questa scritto giochi un ruolo tutt'altro
che trascurabile.
Innanzitutto, esprimo un'opinione di profonda condivisione
con l'affermazione secondo la quale per la realizzazione
di un percorso di risoluzione della dipendenza attiva sia
indispensabile "fidarsi" di (o af--fidarsi a) interlocutori
in grado di offrire validi sostegno, orientamento e aiuto.
Tanto più quanto più non ci limitiamo alla
dimensione "privativa" della mera astinenza, ma ricerchiamo
una condizione più articolata e stabile di serena
sobrietà da raggiungere nel tempo (non poco).
Detto questo, penso che possa essere utile soffermasi sulle
tante implicazioni, sfumature, significati, corollari di
una tale affermazione.
In primo luogo: cosa si intende per "fidarsi"?
A mio modo di vedere "fiducia" non é sinonimo di
"passiva accettazione", né, tantomeno, di cieca obbedienza.
Io considero la fiducia, in certi ambiti, alla stregua di
una forma di apertura nei confronti
dell'altro, di una disponibilità all'interazione
senza pregiudiziali.
Se non avessi una certa ritrosia nei confronti di quantificazioni
e numeri, riguardo a certi argomenti, potrei dire che, secondo
me, la fiducia é la capacità/possibilità
di accordare alle opinioni dell'interlocutore la stessa
probabilità di veridicità e pertinenza che
attribuiamo alle nostre (50% e 50%). E in questa sede, naturalmente,
non mi riferisco a opinioni "generiche", sul sesso degli
angeli, sulla qualità di un certo programma televisivo,
o sulle doti tecniche di un tal calciatore. Mi riferisco,
piuttosto, a dimensioni più "personali", più
delicate: tasti sensibili relativamente
ai quali si può non essere inclini ad accettare osservazioni
(per vari motivi che sarebbe altresì interessante
approfondire).
Io ritengo che intraprendere un serio percorso di cambiamento
significhi anche riflettere profondamente sul proprio comportamento,
sulle proprie motivazioni, sul proprio stile
di vita, sui propri sentimenti, sulle proprie emozioni,
sui propri stati d'animo, sul proprio modo di interagire
con se stessi e con gli altri. E su tante altre cose. Momento
per momento, nel faticoso tentativo di modificare ciò
che coraggiosamente va cambiato, di accettare ciò
che non è possibile modificare, provando a sviluppare
sufficiente saggezza per comprendere la differenza fra le
due sfere (gli amici AA e NA mi perdoneranno se mi permetto
di mutuare concetti a loro cari).
Credo anche che lungo siffatti percorsi, che non a caso
di frequente si svolgono all'interno di un contesto di relazioni
interpersonali (gruppi, comunità, famiglia, ecc...)
gli altri costituiscano un importante specchio,
fornendoci continui feedback di ciò che noi stessi
siamo, crediamo di essere, ci proponiamo di essere. Talvolta
ci illudiamo di essere.
Non escluderei il fatto che la difficoltà a intessere
rapporti "di fiducia", nel senso delineato in precedenza,
sia un tutt'uno con certi problemi, laddove é possibile
che difficoltà relazionali, chiusure, diffidenze,
paure, spinte egocentriche,
narcisismo, emozioni travagliate,
senso di vuoto, derive onnipotenti (elementi, questi, spesso
se non sempre legati a sofferte esperienze), si cristallizzino
quasi "malgrado" il desiderio di superarle e si manifestino
anche a prescindere dalla consapevolezza di chi le agisce
(naturalmente a tali situazioni non può corrispondere,
da parte mia, alcun giudizio negativo o di condanna, Piuttosto,
almeno nelle intenzioni, di invito alla consapevolezza a
valle di giudizi e condanne che ciascuno potrebbe celatamente
rivolgere a se stesso).
Mi torna in mente, a questo proposito, una molto pertinente
osservazione di una lettrice in relazione a un altro argomento,
per l'esattezza concernente le "regole". Si chiedeva quella
lettrice (più o meno): "come facciamo a capire se
certi nostri comportamenti esprimono l'ennesima ribellione
e se sono frutto di sereno senso critico?"
La risposta, dicevamo, non é semplice e personalmente
invitavo a conservare un prudente margine di dubbio fra
le due alternative. Adesso, procedendo, anche in relazione
agli argomenti testé sollevati, mi soffermerei su
un particolare elemento da tenere in considerazione: l'UNILATERALITA'
Provo a spiegarmi.
Io prendo coscienza di una situazione personale di grave
disagio. Maturo il desiderio di cambiamento. Mi rivolgo
ad altri per ottenere sostegno in un contesto di condivisione.
Poi, quando qualcosa non va, mi tiro indietro (E per "tirarsi
indietro" non intendo necessariamente un allontanamento
fisico, ma anche particolari modalità di "schermatura").
Magari non accetto più alcuni feedback che mi vengono
proposti. Sostanzialmente mi "arrocco" anche se, magari,
mantengo una facciata di partecipazione.
La cosa, personalmente, mi dà da pensare.
Partiamo dall'assunto che qui non trattiamo di fidarsi o
tirarsi indietro rispetto a un programma sindacale o politico.
A un progetto commerciale, a un'attività ricreativa
o a un prestito finanziario. Trattiamo piuttosto di qualcosa
che, non di rado, attiene alla stessa possibilità
di sopravvivenza degli individui o quantomeno alla qualità
essenziale dell'esistenza dei medesimi. E lungo questo
percorso io, a un certo punto, a fronte di una possibile
situazione di "fiducia" basata sul fifty-fifty di cui dicevo
sopra, decido UNILATERALMENTE che questo mi va bene, quest'altro
no; questo é accettabile, quest'altro neanche per
sogno. Questo é giusto, vero, adeguato, quell'altro
sbagliato, falso, inadeguato. Questa cosa che viene fuori
di me é reale, quell'altra non é campata in
aria. Io vedo nitido, i miei interlocutori sono dei visionari.
L'arbitro sono io.
Il contesto sociale, il gruppo, mi sta bene solo nella misura
in cui mi consente (o mi consento) una via di fuga.
E il fatto che in certi frangenti il gruppo possa esprimere
un'opinione piuttosto omogenea rispetto alla mia (differente)
é un dettaglio trascurabile. E forse non è
molto gradevole per il mio narcisismo.
In un altro scritto centrato sui temi del recupero, parlavo
di "umiltà da palcoscenico". Ebbene, in relazione a
questo tipo di argomenti mi viene in mente un concetto parallelo:
quello di fiducia da palcoscenico.
Intendiamoci: con questo non intendo dire che il singolo debba
essere necessariamente subordinato al gruppo. Che debba inopinatamente
e acriticamente accettarne gli input. No, non dico questo.
Nessun fideismo, per carità. Ma, forse, neanche escluderli
sbrigativamente.
C'é un bellissimo libriccino di Freud il cui titolo
é abbastanza espressivo: "la negazione". Il maestro
viennese invitava a prestare attenzione ("sull'attenti, analista!")
rispetto a frettolose negazioni unilaterali
a fronte di argomenti proposti.
Personalmente a me certe posizioni che talvolta gli individui
assumono nei gruppi ricordano gli stessi meccanismi.
In questo quadro, accanto ai motivi per cui si può
o meno accordare fiducia, secondo me bisognerebbe tenere presente
anche A CHI si accorda (o si potrebbe accordare) fiducia in
relazione al desiderio di cambiamento da cui si prendono le
mosse. A volte questi interlocutori, come accade in molti
gruppi o comunità , sono persone che attraverso percorsi
di dipendenza attiva e di sofferenza sono riuscite a pervenire
a condizioni di sufficiente serenità,
sobrietà, stabilità. O a favorirle nei confronti
di altri. Non di rado persone od organizzazioni di cui sono
pubblici e disponibili sufficienti elementi per valutazioni
di affidabilità o meno.
Naturalmente ciò non può rappresentare garanzia
del fatto che gli argomenti di queste persone/gruppi siano
sempre e comunque fondati e opportuni in ogni circostanza.
Dio mi scampi e liberi anche dal solo lontanamente pensare
una cosa del genere.
Tuttavia, considerando le cose in una prospettiva ampia, riterrei
ragionevole accordare alle opinioni di tali persone/gruppi
il 50% di probabilità di adeguatezza, soprattutto se
tali persone riconoscono una pari percentuale alle nostre
opinioni nei loro confronti (da esprimere, possibilmente,
con garbo e delicatezza).
Allora la domanda potrebbe essere: il 50%, fino a che punto
giustificherebbe l'arrocco unilaterale? Fino a che punto giustificherebbe
remore e riserve anziché la prosecuzione e la ricerca
di un sereno dialogo e confronto?
Ultimo, breve corollario a proposito della "fiducia da palcoscenico".
Certe volte ho l'impressione che essa si manifesti in modo
peculiare: ad esempio, come già accennato, col mantenimento
di una solidarietà di facciata
cui corrisponde la parallela ricerca di ambiti "collaterali"
nei quali potere esprimere, allargare e condividere la propria
"unilateralità", non di rado attraverso il tentativo
(forse inconsapevole) di creare e socializzare "zone franche"
che rifuggano dalla logica del fifty-fifty e dall'impegno
di consapevolezza. Atteggiamento, quest'ultimo, a mio avviso
piuttosto diverso da quello che cerca di riproporre la fiduciosa
apertura in altri ambiti (ma non in tutti, mi raccomando,
che il mondo é tutt'altro che un gruppo terapeutico
o una comunità). Detto in altre parole, potrebbe trattarsi
di questo: finché mi fai (fate) comodo, mi stai (state)
bene. Ma se non é più così, magari perché
un confronto approfondito e aperto comporta difficoltà,
ti (vi) mando a quel paese e mi faccio
i cavoli miei. Ma siccome faccio anche fatica a mantenere
questa posizione, assumendomene l'esclusiva responsabilità,
cerco qualcuno che mi agevoli e mi alleggerisca perché,
ancora una volta, mi conviene.
D'altronde, dico, ci sta anche questo. Bisogna poi vedere
se, nel medio/lungo periodo ciò sia redditizio in termini
di benessere e serenità. Del che, personalmente, mi
permetto di dubitare.
Con questo, cari amici, ho concluso (almeno per adesso). Può
essere che queste mie riflessioni siano nulla più che
cavolate cerebrali, figlie di chissà quali strani strascichi.
Nel caso in cui fosse questa la vostra opinione, le accorderei
il 50% di probabilità di essere pertinente.
Anzi, tò, vi concedo il 51.
AA
Se
desideri leggere alcuni commenti relativi a questo scritto
clicca qui
Se
desideri esprimere commenti relativi a questo scritto, puoi
usare la bacheca "approfondimenti
e opinioni"