Farmaci
Il
capitolo dell'uso dei farmaci nel trattamento degli stati
di tossicodipendenza da droga, è da sempre molto
dibattuto, soprattutto in relazione ai cosiddetti trattamenti
sostitutivi
Di cosa si tratta?
In linea generale possiamo dire che l'uso di alcune farmaci
viene prescritto per compensare le disfunzioni causate da
altre sostanze o da cui, comunque, si presume possa trarre
origine la tossicodipendenza.
Attorno
a questo assunto di base ruotano tantissime questioni, differenti
modi di considerare le cose e le persone, varie posizioni,
a volte in conflitto polemico. E, soprattutto, esistono
diverse sostanze (di cui alcune farmacologicamente molto
simili a quelle d'abuso), differenti dosaggi, diverse filosofie
di prescrizione e, addirittura, a quanto mi sembra, differenti
ideologie terapeutiche.
Nella sua accezione minima la "teoria" che ispira
i trattamenti sostitutivi è questa: l'abuso di droghe
(indipendentemente dalla sua genesi e dalle sue implicazioni
di tipo psico-sociale) comporta degli scompensi biochimici,
dovuti all'impatto delle sostanze d'abuso sul sistema nervoso,
io riequilibro il sistema attraverso l'apporto di un'altra
sostanza esogena, et voilà, il gioco è fatto.
Tutto il resto, o non mi interessa o è semplice corollario,
di scarso rilievo. Su questa falsariga si giunge a sostituire
la dizione di "terapia sostituitva" con quella di "terapia
normalizzante", giacché l'apporto di farmaci dall'esterno
costituirebbe l'unica via (o quella d'elezione) per situazioni
in cui l'unica "normalità" possibile sarebbe quella
della dipendenza.
Altre posizioni radicalizzano la questione sul versante
speculare, negando sostanziale valore terapeutico a protocolli
che, comunque, lasciano inalterato il problema della dipendenza
da sostanze esogene, con tutte le sue implicazioni psicologiche
e somatiche.
Tra le due posizioni estreme vi sono innumerevoli sfumature
e infinite questioni irrisolte.
Sorvolo
sui tanti spunti polemici,
a volte invero aggressivi, che si agitano fra questi due
poli estremi. Esprimo comunque alcune considerazioni riguardo
quelli che, a mio avviso, sono i limiti (chi non ne ha.?)
delle due posizioni.
Premetto
che, innanzitutto, a mio parere, entrambe le posizioni generalizzano
in modo accentuato, piuttosto che riferirsi alle singole
persone portatrici di svariati problemi, e ai differenti
momenti e situazioni in cui ciascun singolo può
trovarsi relativamente ai propri.
Io rimango dell'idea che l'obiettivo ideale rimanga il superamento
della dipendenza e la messa a punto di ogni iniziativa coerente
con questo fine. Ma credo che "forzare" obiettivi
ideali, senza tenere conto della realtà delle cose,
possa comportare ripercussioni non sempre auspicabili (soprattutto
per chi, in particolari frangenti, non dispone delle risorse
personali, familiari o ambientali sufficienti).
Rimango
dell'idea che non sia rispondente a paradigmi scientifici
seri e che sia assolutamente inadeguato considerare la dipendenza
attiva una condizione necessariamente stabile e definitiva,
adagiandosi di fatto a un processo
cronico esistente, piuttosto che agevolarne e favorirne,
nei momenti e con gli stimoli opportuni, la possibile evoluzione
verso l'astinenza.
Questa è la mia opinione, tra l'altro, per fortuna,
in molti casi confortata dalla realtà dei fatti.
Ma, purtroppo, ho l'impressione che, da alcune parti, piuttosto
che promuovere la prevenzione e la risoluzione della tossicodipendenza,
se ne voglia semplicemente conseguire la sterilizzazione,
riguardo ai collaterali problemi sanitari, sociali e di
altro genere. E mi procura addirittura sgomento il fatto
che sedicenti "addetti ai lavori", i quali sostengono
a (più o meno) chiare lettere l'irreversibilità
della tossicodipendenza (interpretando tendenziosamente
la definizione che l'Organizzazione Mondiale della Sanità
ne dà), possano ottenere considerazione e il benché
minimo credito. Ma, per fortuna, sono pochi coloro che considerano
in tal modo i trattamenti sostitutivi. In ogni caso, tale
genere di forzature non mi convince e non mi piace, così
come non mi convincono e non mi piacciono forzature di altro
genere.
Personalmente credo che la legittima attenzione per gli
aspetti sanitari e sociali collaterali alla tossicodipendenza
non sia incompatibile, in linea di principio, con l'obiettivo
del superamento della dipendenza stessa e con la remissione
degli stati compulsivi in regime di astinenza (cioè,
smettere e stare bene senza drogarsi e non averne più
voglia). Senza dimenticare che l'acquisizione
dell'autonomia e della libertà non credo siano
valori e obiettivi trascurabili. Una posizione che le consideri
definitivamente e irremediabilmente compromesse (col rischio
parallelo di demotivare) mi desta, a dir poco, enormi perplessità,
sotto vari aspetti.
E
ancora maggiori perplessità mi desta la presunzione
di proporre modelli di intervento generalizzati a partire
da presupposti scientifici e culturali perlomeno incerti
e opinabili
AA
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