Calore
ed empatia
Poco
tempo fa parlavo con una persona in recupero che, con una
punta di dispiacere, notava un calo di calore ed empatia
nel gruppo di sostegno frequentato,
un gruppo aperto a persone con problemi di dipendenza da
droga, alcolismo e altri comportamenti compulsivi.
La cosa mi fa riflettere.
Credo valga la pena provare a definire meglio ciò
di cui parliamo. A proposito di calore non mi sembra proprio
che in casi del genere ci si riferisca a temperature fisiche,
misurabili in gradi centigradi o Farenheit, bensì
a dimensioni prettamente emotive, laddove al gelo
di certe forme di isolamento e solitudine
si contrappone il "calore umano" appunto, generato dal confortante
e costruttivo contatto (psicologico, prima che fisico) coi
propri simili.
Il concetto di relazione interpersonale positiva ricorre
anche nella parola "empatia". Con ciò si indica un
sentimento fra persone che va oltre la simpatia. Ci si riferisce
a un comune sentire, a profonde forme di comunicazione,
di scambio e di condivisione. Modalità intense di
partecipazione e di vicinanza reciproca. Un comune
patos.
Avrei pochi dubbi che in entrambi i casi si tratta di elementi
utili e importanti nel favorire percorsi di recupero e a
sostenere le motivazioni dei partecipanti.
Ma è sufficiente questo punto di vista a liquidare
l'argomento?
Direi di no.
Le cose potrebbero essere considerate, infatti, anche da
altri punti d'osservazione.
Si potrebbe dire, ad esempio, che calore ed empatia sono
elementi tutt'altro che estranei ad altre circostanze. Per
esempio in frangenti in cui gli stessi elementi sono artificialmente
alimentati da apporti di sostanze capaci di generare
dipendenza. Sostanze che, fra i propri effetti, annoverano
anche quelli di produrre o rinforzare calore ed empatia.
A proposito di questo parallelismo mi viene in mente un
concetto, suggeritomi da una cara amica, quello di "sana
sostituzione". Non mi riferisco a terapie farmacologiche
per cui una sostanza inerte ne sostituisce un'altra. Bensì
a modalità di sostituzione in cui le emozioni, i
sentimenti, i vissuti, trovino collocazione e stimolo in
un contesto di vita e umanamente pregnante.
Da questo punto di vista aggiungerei qualche altra cosa.
Soprattutto direi che, seppure calore ed empatia siano elementi
importanti nei contesti di vita, potrebbe essere utile non
considerarli in modo totalizzante. L'esistenza non è
fatta solo di placide culle amniotiche, né di regressioni
uterine costanti. Richiede anche, a ciascun singolo individuo,
la mobilitazione delle proprie risorse personali. C'è
il momento del gruppo e quello del confronto con se stessi.
Quello della comunanza e quello della responsabilità
individuale. Quello dell'empatia e quello del raccoglimento.
Direi che un percorso di recupero deve contemperare
le due istanze in modo armonioso e complementare.
Ritengo indispensabili calore ed empatia (in ambito umano,
non chimico), ma anche in questo caso, per ciò che
concerne il versante mentale, diffido dalle totalizzazioni.
AA
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