Disintossicazione
Chiacchierando
con un mio amico, questi esprimeva sorpresa riguardo il
fatto che, a volte, le persone in situazione di dipendenza
da oppiacei (o da altri tipi di droga) riescono ad affrontare
e anche a superare "spontaneamente"
la crisi d'astinenza.
Non
è strano, secondo me. Secondo l'opinione di alcuni,
i sintomi di carenza vengono spesso drammatizzati, enfatizzati
da fattori psico-sociali "finalizzati" (più
o meno coscientemente). Ma, in fondo, a certi dosaggi (intesi
come pochi milligrammi o centigrammi/die di principio attivo
eroina), l'astinenza è paragonabile a una sindrome
influenzale, forse un po' più severa e fastidiosa.
Se
la determinazione è forte, la si può contenere
e, stringendo i denti, la si può finanche rendere
compatibile con la prosecuzione delle usuali attività.
Inoltre non sottovaluterei il fatto che a volte si ricorre
a vie d'assunzione inalatorie, piuttosto che parenterali:
l'impatto delle medesime dosi, nelle diverse modalità,
é ben differente.
Ciò
non significa che superare l'astinenza senza sostegno di
alcun genere sia "automatico", né si vuol
demonizzare (tutt'altro) l'uso oculato dei farmaci. Ma non
significa neanche che sia impossibile farcela, anche dissimulando
il malessere e proseguendo i normali ritmi di vita.
Ma ciò che rende drammatico il problema della dipendenza
non é la crisi d'astinenza e il suo superamento "fisico",
come tragicamente dimostrano le numerose
recidive. Anzi, a volte la possibilità stessa
di superare la dipendenza diviene un paradossale e subdolo
incentivo a proseguire (in fondo, se posso smettere, posso
anche farmi un'altra pera) e a peggiorare progressivamente
la situazione, piuttosto che affrontare le difficoltà
che (spesso nascoste o misconosciute), vi stanno alla base.
Ricordo che la letteratura scientifica parla anche di pseudoeroinismi,
laddove la presunta sintomatologia astinenziale é
del tutto (o soprattutto) psicologica, poiché i dosaggi
e "l'anzianità d'uso" non sembrano compatibili
con squilibri organici significativi. E' noto, d'altronde,
nelle comunità terapeutiche, come la sindrome d'astinenza
diventi pressoché irrisoria (e anche molto più
facilmente tollerabile dal soggetto) laddove gli "spazi
psicologici" sono chiusi (tanto roba non ce n'è
e anche se ce ne fosse vigileremmo per aiutarti affinché
tu non ceda).
Probabilmente
anche una forte determinazione personale
(così come un'assistenza molto assidua) può
ridurre le componenti psicologiche
che amplificano i sintomi e i relativi
vissuti.
Diverso il discorso quando, dalle grandezze dell'ordine
dei pochi milligrammi o centigrammi, si passa ai decigrammi/die
(sempre di principio attivo, eccipienti a parte) o addirittura
ai grammi (quando, cioè, le dosi sono decuplicate
o addirittura centuplicate). E' chiaro che in situazioni
del genere (dopo che, peraltro, da poche assunzioni si é
passati alla frequenza di diversi buchi al giorno) i sintomi
"fisici" di carenza da oppiacei sono ben più
consistenti e gravi.
Ma
neanche in questo caso considererei trascurabili quelli
"psicologici". Fermo restando che, secondo me,
è anche improprio immaginare una cesura netta fra
le due "sfere".
Diverso ancora il discorso se, a partire dalla sindrome
d'astinenza, emerge e si consolida il
desiderio di cambiamento complessivo, e quello parallelo,
a mio avviso importantissimo (o meglio: fondamentale), di
un significativo rafforzamento della personalità,
da conseguire attraverso percorsi che richiedono necessariamente
tempi significativi per essere realizzati positivamente.
Tempi nei confronti dei quali quelli richiesti per il superamento
della sintomatologia fisica dell'astinenza sono irrisori,
rappresentando poco più che un
sofferto inizio verso il recupero della serenità
da conseguire a poco a poco, grazie ad impegno e forme di
sostegno adeguati .
AA
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