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Il desiderio di smettere

 

A proposito di tossicodipendenza, alcolismo e recupero, varie organizzazioni, gruppi, persone concordano sul fatto che "il desiderio di smettere" sia un presupposto essenziale e irrinunciabile di qualsivoglia percorso in cui ci si proponga di affrontare la dipendenza secondo una prospettiva di proficuo cambiamento. Difficile, a mio avviso, non essere d'accordo.

Ritengo tuttavia che la questione meriti di essere approfondita, nonché considerata in alcuni suoi risvolti e implicazioni. Il tema é, secondo me, davvero centrale e non credo che possa essere eluso, né facilmente esaurito. Ciò che mi propongo é semplicemente provare a delineare alcuni "ambiti" che vi sono attinenti e che ciascuno, se vorrà, potrà arricchire delle proprie personali riflessioni e considerazioni. Ammesso che si abbia voglia di leggere questa non indifferente "pappardella".

Innanzitutto intendo dire che, nella mia opinione, il "desiderio" (e quindi anche quello "di smettere") é ben lungi dall'essere qualcosa di "definitivamente dato". In tal senso non lo considero un fenomeno del tipo "bianco o nero", presente o assente, che c'é o non c'é. Nella mia concezione, il desiderio é qualcosa di abbastanza "fluttuante", per quanto essenziale e sostanziale. E quando dico "fluttuante", non mi riferisco soltanto a una prospettiva temporale, secondo la quale, in differenti momenti, le cose possono cambiare. Ma mi riferisco anche alla natura "intrinseca" del desiderio, che trovo estremamente difficile ingabbiare in una concezione "statica", dai confini netti e stabili.

Io ritengo che di questi argomenti possa non essere superfluo tenere conto, soprattutto laddove in certe circostanze - e mi riferisco alla dipendenza e ai comportamenti ossessivo-compulsivi - sembra che proprio la facoltà "desiderante" sia posta in grave crisi.

Si rischia l'equivoco: se il mio problema consiste proprio nella difficoltà a mantenere il desiderio e, sul versante parallelo, nell'esserne suddito, come puoi pretendere che il cambiamento avvenga proprio a partire da ciò che mi "manca". Non dovrebbe essere il punto d'arrivo piuttosto che quello di partenza?

L'osservazione, a mio avviso, non sarebbe oziosa. E chissà che, inespressa, recondita e magari misconosciuta, non covi in molti animi travagliati che annaspano ignari nelle oscure trappole in cui talvolta ci si caccia. Lo ribadisco: secondo me l'affermazione secondo cui il 'desiderio di smettere' é condizione minima e indispensabile per contenere o superare la dipendenza é indiscutibilmente significativa e aderente alla realtà.

Proprio per questo credo possa essere utile inserire una distinzione. Io non credo che le definizioni abbiano valore assoluto, tuttavia penso che possano essere molto utili per comprendersi, convenzionalmente. E in questo senso, a mio avviso, potrebbe essere molto utile tenere presente la possibile differenza fra 'desiderio' e 'bisogno'. Quest'ultimo, molto verosimilmente, può essere considerato sotto diversi aspetti, forse convergenti: una delle caratteristiche fondamentali del 'bisogno', infatti, sembra essere l'impellenza, il suo essere categorico e irrinunciabile. Istantaneo.

Se io non ho l'aria per respirare, qui e adesso, muoio. Il bisogno non accetta dilazione. Non oltre un certo limite, abbastanza ristretto, almeno. Chiede soddisfazione, la pretende. E in questo, direi, il bisogno sembra abbastanza simile, se non coincidente, alla compulsione. Potremmo dire che certe compulsioni sono "bisogni illusori"? Forse.

Ad ogni modo, noi non ci stiamo occupando del "bisogno di smettere", ma del "desiderio di smettere". Della sua possibilità di manifestarsi, di emergere, della sua maturazione, del suo auspicabile consolidarsi, radicarsi, prevalere (e sarebbe anche interessante, credo, riflettere sui fattori, psicologici e sociali, che possono o meno agevolare e favorire proficuamente questo processo).

Quale potrebbe essere, in tale prospettiva, il discrimine fra il bisogno e il desiderio? Forse non esiste una distinzione nettissima, tuttavia mi sembra vada assolutamente considerato un elemento centrale, fondamentale: il tempo. Il desiderio sembra accettare il suo conforto e la sua compagnia, a volte ispirata e sublime, a volte nostalgica e malinconica. Tanto che, per certi aspetti, tempo e desiderio sembrano due facce della stessa medaglia. Fino a rendere difficile capire se sia l'uno a discriminare l'altro o viceversa.

Il tempo della 'mancanza', fra l'impulso e la sua soddisfazione; la possibilità di rinunciare alla soddisfazione immediata, la possibilità di dilazionarla, anche indefinitamente. La mancanza dunque, accettarla, riconoscerla. E siamo al paradosso pensando che proprio dall'obiezione sulla "mancanza" del desiderio eravamo partiti, per riconoscere che proprio da questa esso stesso sembra magicamente, miracolosamente direi, prendere forma.

E mi sembra che, parlando di dipendenza e compulsione, siamo ancora una volta condotti, se non costretti, a distaccare la nostra attenzione dagli "oggetti", dalle "sostanze", per volgerla agli abiti mentali che la vestono: ai soggetti dunque, alle persone. E io, come persona, devo essere autenticamente disposto a rinunciare, anche nella speranza e nell'intento di realizzare ciò che desidero. Anche se desidero "smettere". Soprattutto se lo "desidero" (e in questo caso le virgolette indicano sospetto) ora, subito, tutto in una volta, da solo, io, onnipotente.

Ecco perché, a mio avviso, le pretese di controllo sulle sostanze non funzionano. Ecco perché, mi sembra, una più consapevole e autentica ammissione di impotenza sia un presupposto migliore. Ecco perché, forse, precipitosi e/o superficiali tentativi rispondenti ad estemporanei "bisogni" di smettere possono rivelarsi fragili o parziali. Ecco perché, sono convinto, la più attenta valutazione e condivisione di questioni più essenziali può condurre a percorsi più coerenti.


Con questo, naturalmente, ritengo di avere tutt'altro che esaurito un argomento davvero vasto e non soltanto in relazione alla dipendenza e alla compulsione. Potrei parallelamente approfondire un'altra distinzione: quella fra principio di piacere (che, a partire dagli impulsi e dall'infanzia ci guida verso la soddisfazione mediante gli oggetti) e principio di realtà, contro cui sembra che il primo inevitabilmente urti, suggerendo opportune mediazioni e aggiustamenti. Ma per questa volta vi risparmio, anche perché dubito che siate arrivati fin qui, vista la corposità del tutto.

AA

 

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