Qualche
tempo fa "chiacchieravo" in chat con una simpatica
amica che ha positiva esperienza di partecipazione a gruppi
di auto aiuto per individui dipendenti. Ci siamo
scambiati rapide opinioni sul rapporto fra gruppi di auto
aiuto e comunità. E
sull'opportunità di ricorrere all'una, piuttosto
che all'altra, forma di sostegno
Devo
dire che, a mio modo di vedere, fra le due forme di sostegno
di cui ci occupiamo esistono elementi simili, forse più
sostanziali e significativi (ma è solo un'opinione)
delle, pur non indifferenti, diversità.
Direi intanto, per quanto ovvio, che sia i gruppi che le
comunità (ma poi, le comunità, non sono esse
stesse "gruppi"?) propongono modalità di
approccio fondate sulle relazioni
interpersonali, sulla comunicazione,
sull'affettività e mirano
a sostenere l'individuo (pur secondo modalità organizzative
diverse) lungo un percorso di rielaborazione del "sé",
di consolidamento emotivo, di rivisitazione della propria
relazionalità e del proprio comportamento.
In
entrambi i casi (gruppi e comunità) mi sembra che
si faccia leva sulle "parti sane" della personalità
per compensare e superare (o quantomeno controllare) difficoltà
di varia natura in particolari ambiti. In entrambi i casi
si presuppone un desiderio di cambiamento
(per quanto, a volte, latente o fragile), a partire dal
progressivo raggiungimento e mantenimento della condizione
di astinenza. E si propongono modalità di "lavoro"
(in senso psicologico e relazionale) che consentano di neutralizzare,
o imbrigliare progressivamente, le "resistenze"
al cambiamento medesimo.
Detto questo, è pur vero che fra gruppi e comunità
(per come, generalmente, queste ultime sono intese), esistono
marcate differenze. La più notevole mi sembra quella
relativa alla "assiduità" dell'impegno.
In questo senso, mentre la "comunità" è
caratterizzata dal fatto di essere una struttura eminentemente
(ma non esclusivamente, né necessariamente in ogni
fase) residenziale per un certo periodo, il gruppo di auto
aiuto non ha tale caratteristica "spazio/temporale".
Il
gruppo, infatti, diluisce in frequenza
la continuità della permanenza
in luoghi specifici e la durata della permanenza stessa.
Diluisce altresì, almeno per gli aspetti "pratici",
i momenti di condivisione fra
persone. La comunità sembra dunque strutturarsi nella
prospettiva di una "full-immersion" terapeutica,
a differenza del gruppo nel quale si propongono e si realizzano,
invece, periodiche e più o meno ravvicinate "abluzioni".
Va inoltre considerato che, non di rado, all'interno delle
comunità sono previsti momenti dedicati alle attività
di confronto di gruppo e di riflessione comune.
A partire da ciò, credo siano possibili alcune considerazioni,
in relazione a temi che, storicamente, sono stati inquadrati
secondo differenti punti di vista.
L'organizzazione residenziale consente, a detta di molti,
una più marcata "protezione" per il mantenimento
dell'astinenza (purché, naturalmente, la persona
interessata non abbandoni la struttura). Consente altresì,
in virtù del coinvolgimento, una notevole 'regolarizzazione'
dello stile di vita, laddove,
spesso, le dipendenza aveva condotto a condizioni esistenziali
notevolmente "anomiche" (sregolate). Elementi,
questi ultimi, che mi sembra ragionevole considerare facilitatori
del processo di superamento della dipendenza (o perlomeno
del mantenimento dell'astinenza).
D'altro canto, la situazione residenziale presuppone l'allontanamento
della persona dal suo ambiente originario.
Ed è proprio a questo proposito che le cose possono
essere considerate in vari modi. C'è chi diffida
dall'orientamento residenziale supponendo la possibile ghettizzazione
degli individui in luoghi separati. C'è chi propone
remore relative al fatto che un individuo debba necessariamente
rinunciare a tutte le pregresse attività sociali
(lavoro, relazioni, ecc.) sacrificandole sull'altare della
terapia residenziale, in vista
di una risocializzazione tout
court.
Personalmente io non ritengo che tali critiche vadano misconosciute
o eluse, ma, onestamente, per la mia esperienza e per ciò
che vedo, molte comunità, se non altro quelle serie,
si impegnano nell'adottare accorgimenti tali da ovviare
ai rischi collegati e a tal fine si organizzano. Senza considerare
che, spesso, l'ambiente originario da cui si paventa il
distacco è denso di spinte
patogene e che, dunque, una presa di distanze (più
o meno temporanea) dal medesimo ambiente, potrebbe non essere
del tutto esecrabile.
La mia opinione personale è che ciascuna particolare
situazione debba essere considerata per sé e che
ciascun singolo individuo in condizione di dipendenza (e/o
familiare) possa essere aiutato ad acquisire consapevolezza
delle differenti opzioni di aiuto,
in relazione alla propria specificità. Ma, nello
stesso tempo, penso che sarebbe opportuno aiutare il medesimo
individuo a non prendere in giro se stesso (come, purtroppo,
a volte accade e come, d'altro canto, talvolta abbiamo modo
di constatare anche sulle bacheche dei gruppi di sostegno
virtuali: non sempre, per fortuna).
Il gruppo d'auto aiuto (e qui mi riferisco a quelli per
dipendenti, non per familiari), d'altro canto mi sembra
avere molte caratteristiche interessanti. La sua accessibilità
è certamente più immediata; minori sono gli
oneri richiesti in termini di "riorganizzazione dell'esistenza
pratica" (quando quest'ultima non sia già del
tutto compromessa o in via di esserlo).
Il gruppo di auto aiuto, a mio avviso, opera a un livello
squisitamente "simbolico" (peraltro da non trascurare
neanche nelle strutture residenziali), con una minore enfasi
sugli aspetti legati al "fare", rispetto a quelli
propri dell'"essere". Mi sembra che gli stessi
elementi di protezione, di sostegno alla motivazione, normativi,
di rielaborazione ecc. possano essere condivisi e operare
positivamente anche a prescindere dalla continua fisicità
(ma non "in assenza") della condivisione stessa
(forse le parole funzionano anche in assenza dell'Altro,
se la sua presenza, diventa interiore).
Rimane il problema dell'accesso a tale dimensione simbolica
(ma questo, credo, vale anche per le comunità, che
io, personalmente, non considero luoghi di mero "stazionamento")
e della partecipazione ai suoi significati, laddove, purtroppo,
l'ossessione della dipendenza
con le sue implicazioni, forse poggia proprio su elementi
reconditi e dunque difficili da simbolizzare adeguatamente.
In ogni caso, secondo me, gruppi e comunità non vanno
considerati in chiave di opposizione, di gerarchia o di
rigida separazione, ma come risorse
complementari lungo un continuum di opportunità
solidali e responsabili.
Purché
la partecipazione e le scelte siano sentite e autentiche.
Libere, ma impegnate. E in quanto tali generatrici di "senso",
per chi proviene, forse, da situazioni di carenza, se non
di vuoto, proprio in tale ambito.
AA
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