Anche
a proposito di tossicodipendenza talvolta prevale l'esterofilia
linguistica e così, non di rado, soprattutto in certi
ambienti, si sente parlare di "craving".
Di cosa si tratta?
Innanzitutto va detto che si tratta di un equivalente (più
o meno) della parola italiana "compulsione". In ciò
consiste, a detta di molti (ed è difficile negarlo
in effetti, uno degli aspetti più rilevanti fra quelli
che caratterizzano le tossicodidendenze.
Compulsione
significa desiderio ossessivo, richiamo imperioso, violenta
attrazione (come nei confronti del "canto delle sirene").
Categorie, dunque, legate alla sfera psicologica dell'individuo
ma che, allo stesso tempo, hanno un innegabile versante
bio-chimico, verosimilmente consistente nelle modificazioni
che le sostanze d'abuso determinano nell'organismo (crf.
biologia della dipendenza).
Spesso la medicina (quella occidentale, almeno) propone
modelli esplicativi basati sulla centralità tolemaica
delle variabili di tipo biologico. Ma é possibile
che, proprio a proposito di tossicodipendenze (e non soltanto),
sia più opportuno considerare le variabili biologiche,
quelle psicologiche e quelle ambientali come tre versanti
contestuali (in continua interazione fra loro e capaci di
reciproche influenze) di un medesimo fenomeno complesso.
Un sistema dinamico.
Proprio a proposito di "compulsione", può rivelarsi
significativo il modo in cui le variabili di tipo psicologico
e ambientale (relazionale e sociale) possono interferire
con l'innegabile versante neuro-fisiologico. Ad esempio:
non poche persone riferiscono che la compulsione stessa
può essere mitigata e superata in particolari circostanze
psico-sociali. Come quando, ad esempio, una buona protezione
relazionale e ambientale (a tal fine creata e ricercata)
pone la persona con problemi di dipendenza in una situazione
psicologica meno esposta al "richiamo della droga" (o delle
sostanze d'abuso in genere). Questa è un'esperienza
comunemente vissuta da molti individui che hanno deciso
di intraprendere un percorso comunitario o comunque di creare/accettare
attorno a sé una "catena di solidarietà" poco
permeabile alla droga (e altresì dotata di altre
importanti caratteristiche). Questo (il conseguimento della
condizione di astinenza) rappresenta il miglior punto di
partenza (se non l'unico) per affrontare, a poco a poco,
il difficile, lungo e spesso travagliato lavoro orientato
alla "guarigione" (termine, quest'ultimo, che necessiterebbe
a sua volta di molti approfondimenti e precisazioni).
Così sappiamo, ad esempio, che se è vero che
l'abuso di eroina comporta degli squilibri organici, gli
stessi squilibri sono, a determinate condizioni, obiettivamente
e completamente reversibili. E che, anche ove il ristabilirsi
dell'equilibrio fisiologico non fosse - in un certo momento
- semplice e completo, ciò potrebbe soltanto significare
che non si sono date le condizioni ambientali e psicologiche
utili a favorirlo.
In definitiva, anche in relazione al'argomento in essere,
sembra coerente l'assunto secondo cui la dipendenza va sempre
considerata e affrontata considerando l'individuo, la persona,
nella sua complessità, unitarietà e unicità,
nonché nei suoi rapporti con l'ambiente circostante,
piuttosto che considerarla suddivisa in compartimenti stagni
organizzati in base a principi di funzionamento meccanicistici.
AA
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