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InsiemeSenza droga, alcolismo e comportamenti compulsivi

 
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Essere "contro":

liberalizzazione, legalizzazione, proibizionismo

 

Fra le persone e i gruppi che si interessano di dipendenze, soprattutto da sostanze illecite (e come sempre non intendo entrare nel merito della adeguatezza o meno della legislazione al riguardo), sia nel caso di individui direttamente coinvolti che in quello dei "cultori della materia" a vario titolo, mi sembra alquanto diffuso l'atteggiamento consistente nell'essere "contro".

Si é contro questa o quella legge, perché troppo repressiva o troppo permissiva, contro questa o quella droga, contro questo o quel farmaco o procedura terapeutica, o contro quelli che sono contro .

Ebbene, io voglio dirvelo chiaro: personalmente sono a favore.

Sono favorevole a coloro che (direttamente o indirettamente coinvolti) desiderano o potrebbero desiderare il miglioramento della propria condizione relativamente a particolari situazioni. Con tutte le difficoltà che ciò comporta.

In ogni caso mi chiedo: come mai questa generalizzata tendenza ad avversare, questo florilegio di iniziative "contro"?

Per provare a rispondere a queste domande, al di là delle questioni di base inerenti l'aggressività umana e la ricerca di capri espiatori, esprimendo la mia personale opinione, desidero innanzitutto distinguere due livelli della discussione.

In primo luogo considero un livello "generale", per così dire. E mi riferisco al fatto che ciascun individuo, in quanto tale, é naturalmente libero di avere ed esprimere le proprie opinioni, che possono considerare favorevolmente alcune cose e meno favorevolmente altre. Opinioni che dunque, "in generale" (o "genericamente") possono essere "pro" o "contro" questa o quest'altra cosa, legge, sostanza, oggetto.

Tuttavia io delimito anche (e personalmente tendo a privilegiare) un secondo livello. Un livello che definirei più centrato sulla particolare situazione. Dunque sul "qui e adesso" riferito al particolare individuo o relazione interpersonale. Un livello meno interessato al generico "oggetto" e più al singolo soggetto e ai suoi particolari problemi, difficoltà, emozioni, sentimenti.

Ecco, io credo sia abbastanza importante mantenere una distinzione fra questi due livelli: il primo, quello delle questioni generali (o "generiche") e il secondo più legato alla realtà vera, concreta ed emergente della singola persona.

E a quest'ultimo proposito noto che non poche organizzazioni (serie) impegnate nel favorire il cambiamento, nella realtà pongono non poca attenzione (esplicitamente o implicitamente) nel mantenere questa distinzione. Pur non potendosi trascurare il livello "generale" (poiché volendo o nolendo si vive in una società organizzata) si tende comunque a minimizzarne le interferenze col secondo che, per scelta e prassi consolidata, ci si é proposti di considerare attentamente (nei confronti di se stessi e degli altri).

Il primo livello che ho individuato (quello generale o "generico") giocoforza conduce ad argomenti di rilevanza giuridica e politica. Mi sembra invece che il secondo livello, quello centrato sulle particolari situazioni personali, conduca in modo più marcato verso temi di fondamentale stampo antropologico, psicologico e/o, per così dire, esistenziale.

Questo sito si rivolge a persone con esperienza di dipendenza, sia da sostanze "lecite" che "illecite". Dunque non si pongono discrimini al riguardo. Nondimeno per alcune sostanze esiste la questione dello status giuridico. A questo proposito voglio precisare una prima cosa: la questione della regolamentazione giuridica non si pone soltanto per gli stupefacenti, ma per qualsiasi sostanza farmacologicamente attiva e, più in generale, per qualsiasi bene o servizio che sia oggetto di attività produttiva, commerciale, di consumo. Quindi, quando parliamo di sostanze "lecite" o "illecite" dobbiamo stare attenti a non equivocare: anche i cavolfiori, ad esempio, possono essere considerati "sostanze illecite", allorquando la loro produzione, trasporto, detenzione, commercio, non avviene all'interno di determinate griglie giuridiche. Così l'alcol, che non può essere distillato, né commercializzato, al di fuori di un preciso quadro di riferimento normativo. E di cui è sanzionato il consumo quando ciò avviene in relazione a specifici comportamenti potenzialmente dannosi per altri. E di cui, altresì, la pubblicità è soggetta a restrizioni, così come quella delle sigarette. Quanto ai farmaci, essi prevedono un'attenta disciplina tesa a tutelare la salute individuale e collettiva. Disciplina fatta di sperimentazione, controlli, criteri di prescrizione, professionalità codificate e abilitate dallo Stato e via dicendo.

E allora mi chiedo: si potrebbe, ad esempio "liberalizzare" la "droga"? La questione, posta in questi termini, è, a mio avviso, ridicola. A meno di non pensare a una sorta di "duty free drug" diffuso sul territorio e sottratto a ogni norma, mentre contestualmente antibiotici ed antistaminici, ad esempio, continuassero a essere sottoposti a vigilanza legale. Così come gli alimenti, le acque ed ogni altro fattore ambientale rilevante per la salute. Una situazione di tal genere sarebbe evidentemente abnorme, talché nessuno, neanche tra le frange più "estremiste", parla più di "liberalizzazione", quanto di "legalizzazione". Il che significa, in ogni caso, che griglie giuridiche andrebbero poste e che, dunque, al di fuori di esse rimarrebbero aree di "illegalità", quindi, verosimilmente, anche di mercato "nero" e/o "grigio". D'altronde la "legalizzazione" degli stupefacenti in un certo senso esiste già, poiché molti farmaci di questa categoria vengono prodotti, commercializzati, detenuti, prescritti, usati, in base a precise norme. Finanche l'eroina e altre sostanze anche molto più potenti, pur non essendo comprese nella farmacopea vengono "autorizzate" in base ad apposite procedure previste dalla legge, per scopi particolari come quelli di sperimentazione e ricerca scientifica.

Detto questo, voglio comunque notare che la disciplina degli stupefacenti pone comunque peculiari problemi. Personalmente preferisco ancora una volta non entrare nel merito del "come si dovrebbe fare". Mi limito ad alcune considerazioni, frutto della mia esperienza e del mio punto d'osservazione, e ad individuare alcune "aree problematiche".

1)
Io penso che in determinate fasi della dipendenza attiva possa essere utile trovare opportunità di riflessione sull'eventuale possibilità di cambiamento, sia che la dipendenza sia relativa a sostanze lecite che illecite. Non so fino a che punto schemi di comunicazione centrati sulla rivendicazione o la proposta della sostanza siano favorevoli in tal senso, soprattutto laddove "il desiderio di smettere" fa fatica a emergere ed è soverchiato da certi "bisogni" (e la situazione di bisogno, si sa, pone in condizione di debolezza e condizionabilità).

2)
L'uso "legale" o meno di certe sostanze non ne modifica le caratteristiche farmacologiche. Con questo non voglio avversare o propugnare alcunché. Tantomeno esprimermi circa l'opportunità o meno della sostituzione nei casi particolari.

3)
L'eventuale uso di stupefacenti leciti nel trattamento delle dipendenze chiama in causa, eminentemente, il rapporto fra operatori sanitari (soprattutto medici, in quanto attori della prescrizione) e società.

4)
Considero molto, molto sfavorevolmente la "penalizzazione" dello status di tossicodipendente in quanto tale, allo stesso modo in cui considererei sfavorevolmente la penalizzazione dello status di alcolista o di anoressica. Il che non toglie che "di base", secondo me (e non solo secondo me) ogni cittadino va considerato responsabile, al pari di tutti gli altri, per le azioni poste in atto. Ferma restando la dovuta considerazione per le particolari situazioni.

Detto questo, desidero soffermarmi sul punto 3) precedentemente individuato, in quanto particolarmente delicato a mio modo di vedere. Faccio un premessa: ho stima di molti operatori medici che sono impegnati nello specifico ambito e che, non ideologicamente, operano in "scienza e coscienza". Ciò indipendentemente dalla loro posizione riguardo gli stupefacenti e le prassi di sostituzione. In questo senso non vorrei che le mie seguenti affermazioni fossero considerate critiche nei confronti della categoria: non lo sono. Ogni medico, secondo me, fa storia a sé.

Ad ogni modo, dal mio punto di vista, alcune cose non vanno trascurate. La prima richiede una prospettiva storica: agli albori della diffusione degli stupefacenti in occidente (quando, all'inizio dell'800, varie sostanze iniziarono ad essere isolate e disponibili in forma di sali solubili, per l'uso ipodermico), l'ambito sanitario è proprio quello in cui la dipendenza si è diffusa e dal quale è stata veicolata. Medici, infermieri, farmacisti hanno non di rado conosciuto sulla propria pelle (o meglio, attraverso di essa) l'asservimento di sé e dei propri pazienti a tali sostanze, con tutti i corollari insalubri del caso. Direi inoltre che la dipendenza può avere una notevole componente "iatrogena".

Inoltre la situazione mi sembra complessa sotto molti punti di vista.

Ricordo la situazione di una persona dipendente da molto tempo da metadone (legale) ad alti dosaggi. Tale persona avanzava le proprie rimostranze riguardo il fatto che l'autorità giurisdizionale gli negasse la patente di guida e rivendicava che tale decisione fosse appannaggio del suo medico prescrittore presso la struttura pubblica cui era "in carico". Il giudice, dal canto suo, anche sulla base di altri pareri scientifici e professionali attinenti le ripercussioni psico-fisiche dell'uso costante di metadone, continuava a reiterare il diniego. Una situazione del genere mi dà molto da pensare. Si potrebbe discutere sulle procedure burocratiche attraverso le quali si sia determinata e, verosimilmente, approfondendole potrebbero risultare ferraginose e inadeguate. Tuttavia, riflettendo "nel merito" della questione, noto in primo luogo che anche il consumo di alcool, relativamente a particolari attività, è soggetto a precise restrizioni e sanzioni. In ogni caso mi sembra estremamente improbabile (se non improponibile) che determinate prerogative vengano sottratte all'autorità legale per essere tout court delegate ai singoli medici (che peraltro esprimono posizioni tutt'altro che univoche al riguardo). Penso che i cittadini della Repubblica Italiana difficilmente rinunceranno al fatto che certe decisioni (in generale o caso per caso) siano appannaggio delle sedi deputate alla mediazione e regolamentazione dei diritti e delle responsabilità reciproche. Mi sembra davvero difficile che, in questo senso, la società in cui viviamo possa recedere dai suoi valori di base e principi organizzativi fondamentali.

E' proprio a partire da situazioni di questo genere (e potrei fare molti altri riferimenti a casi particolari) che insisto sull'idea che la materia poco si presti a essere liquidata in modo sbrigativo e semplicistico. A colpi di "metadone sì", "metadone no" o "liberisti" contro "proibizionisti". Schemi, questi ultimi, che tutt'al più riterrei adeguati per un torneo di calciobalilla. Da questo punto di vista mi sembra che tali modi di affrontare la materia, oltre che trascurare la propria personale consapevolezza, sminuiscano anche la serietà delle non poche persone che, rifuggendo clamori e polemiche strumentali, provano ad operare con scrupolo e dedizione. Rimane il fatto, tornando al titolo della discussione, che essere "contro" (in un senso o nell'altro) mi sembra essere piuttosto facile. Ma certe volte ho l'impressione che ciò corrisponda a "stili" di pensiero e comportamento molto simili, se non simbiotici, ad altri che ben conosciamo e che non mi sembrano approdare a situazioni costruttive.

In ogni caso sono dell'opinione che nessuna legge, in materia, potrà mai essere adeguata, neanche lontanamente. La legge pone giocoforza griglie statiche tra le cui maglie, spesso, la singola persona, la particolare situazione, si smarrisce. Mentre sappiamo bene, di converso, quanta importanza abbia, nell'ambito di cui trattiamo, la singolarità e specificità si ogni unica persona e situazione.

In definitiva, io penso questo: se la disponibilità di stupefacenti fosse una questione riguardante il singolo medico e il singolo consumatore, non si porrebbe alcun problema. Ma di fatto, che piaccia o no, non è così. Le questioni che si pongono a mio avviso trascendono (e di molto, per certi aspetti) anche quelle strettamente sanitarie (che comunque a mio avviso non vanno assolutamente trascurate). Mi lascia comunque perplesso il fenomeno secondo cui il ricorso a farmaci sia associato a prospettive di controllo sociale e logiche di ordine pubblico. A tale proposito mi viene in mente l'espressione di "segregazione senza luoghi" adoperata da un noto psichiatra con riferimento a indiscriminate prassi poste in essere in alternativa ai "luoghi della segregazione". Di più, mi sembra che a proposito di stupefacenti ci sia in giro molta mistificazione e anche una sorta di mistificazione "di secondo livello": la mistificazione della mistificazione, per mutuare una significativa espressione di un caro amico psichiatra. Come se certi argomenti costituissero proprio dei "falsi problemi", alla stregua dei falsi bersagli che i sommergibili disseminano per ingannare i sonar. Ecco, io credo che, legalità o meno delle sostanze, sia preferibile la libertà. Che non è mai stata una cosa facile. E che viceversa ha sempre richiesto, agli individui come ai gruppi, fatica, impegno, dedizione, vigilanza, sofferenza, umile determinazione. La libertà reale, naturalmente, non quella da "nuvoletta rosa".

E per concludere un altro quadretto di vita vissuta (per chi è giunto a questo punto della pappardella). Ricordo di Gaetano. Una storia ventennale di tossicodipendenza. Varie esperienze di comunità. Trattamenti sostitutivi anche (e soprattutto) ad alti dosaggi di mantenimento. Senza esiti apprezzabili, visto il continuo "derogare" dai "programmi", con immancabile ritorno all'eroina in vena. Fino a quando si ripresenta al SerT, implorando ancora una volta metadone. Il medico responsabile nega per giorni, viste le pregresse esperienze e interruzioni. Finché a un certo punto, in seguito alle ripetute pressioni di Gaetano, peraltro in condizioni psico-fisiche ed esistenziali alquanto precarie, gli dice fuori dai denti: "Ok, Gaetano, vuoi il metadone? Ti do il metadone. Ti do tutto il metadone che vuoi. Ma che cosa risolvi così?!"

Gaetano, nonostante l'astinenza incipiente, non prese neanche una goccia di metadone. Sono passati 4 o 5 anni. Da allora Gaetano si mantiene in astinenza. Ha trovato lavoro in un'altra città e continua a provvedere a se stesso. Sembra che oggi sia sufficientemente sereno, anche grazie alla condivisione all'interno di un nuovo gruppo di riferimento da lui prescelto. Ogni tanto ne ho notizie dalla madre, con la quale rimane il rapporto di ravvicinata e intensa condivisione nato in un certo periodo, particolarmente sofferto.

AA

 

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