La
tale sostanza, si dice sbrigativamente, "provoca dipendenza".
Questa affermazione, in verità, mi lascia alquanto
perplesso. Sembra quasi che le sostanze siano dotate di
volontà propria.
Io
credo sia opportuno demistificare
l'aura magica, paradisiaca o demoniaca, che a volte si attribuisce
a polveri, compresse, preparati, di per sé inerti
(senza che ciò conduca, comunque, a misconoscere
le peculiari caratteristiche farmacologiche delle diverse
molecole).
In questa prospettiva di "smitizzazione", non
credo che la dipendenza sia inerente alle sostanze. Penso
piuttosto che riguardi l'interazione fra le sostanze e gli
individui. E a tale proposito ritengo interessante soffermarsi
sui processi di pensiero che
gli individui a volte sviluppano nei confronti delle sostanze.
Processi e modalità di approccio che mi sembrano,
non di rado, paradossali.
Faccio
un esempio.
Partendo dal presupposto che "la sostanza determina
dipendenza", chiunque potrà sperimentare il
fatto che una singola assunzione non provoca affatto tale
fenomeno. E neanche una seconda assunzione. E magari neanche
la terza e la quarta diluite nel tempo.
Così,
paradossalmente, l'inadeguatezza dell'assunto di partenza
("la sostanza determina dipendenza"), potrà
creare una breccia psicologica per la reiterazione delle
assunzioni. In questo modo (ribadisco e sottolineo ancora
il tragico paradosso) l'acquisizione sperimentale del fatto
che, in realtà, di primo acchito "la sostanza
non determina dipendenza", smentendo il superficiale
(e fuorviante) assunto di partenza, potrà far scivolare
l'individuo stesso verso la dipendenza medesima ("se
posso smettere posso anche
rifarlo, tanto poi smetto"). Laddove, subdolamente
e lentamente, i meccanismi psicologici saranno progressivamente
rinsaldati da quelli neurochimici in via di instaurazione.
A questo punto, inoltre, è probabile che l'individuo
si trovi prigioniero di una "posizione presa",
nonché costretto e disorientato tra due affermazioni
ugualmente inadeguate, oltre che contraddittorie fra loro.
Avrà infatti sperimentato che non è del tutto
vero che "la sostanza provoca dipendenza". ma
che, allo stesso tempo, non è neanche compiutamente
vero che "la sostanza non provoca dipendenza".
Credo che, in tale situazione, l'unica via d'uscita possibile
sia quella di sottrarsi all'inganno
strutturale legato alle attribuzioni alle sostanze.
E la parallela ricerca della propria verità in se
stessi, anzichè la sua reificazione in oggetti esterni.
Proprio in questo senso io ritengo opportuno porre sempre
in primo piano la persona, piuttosto che la sostanza, e
dunque soffermarsi sui motivi che possono o meno indurre
ciascuno a determinati comportamenti e all'inclinazione
psicologica alla dipendenza, piuttosto che attribuire
a polveri, compresse e altri preparati, facoltà assolute
che non hanno.
Almeno
finché e fin quando non vengono innescate e mantenute
da chi conferisce loro particolari valenze. Valenze che, a
mio parere, possono anche alimentarsi di schemi di comunicazione
(con se stessi e con gli altri) alquanto impropri e infelici.
AA
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