Chi
ha letto La Profezia di Celestino , best seller
di James Redfield, ricorderà il tema del "dramma
di controllo", potente ostacolo che l'autore
individua nel percorso attraverso le successive "illuminazioni"
verso un risveglio spirituale fondato su nuove consapevolezze
e relazioni umane.
Orbene, a proposito di dipendenze, mi sembra che il tema
del "controllo" si ponga con una certe frequenza
e in svariate situazioni. Anche girando per il web e ascoltando
opinioni nel merito, ne ricavo stimolo per una breve riflessione.
Io credo che la questione vada affrontata tenendo conto
delle svariate sfumature di cui può colorarsi e tendo
a diffidare da sbrigative opinioni che, mi sembra, talvolta
tendono a liquidare semplicisticamente l'argomento.
Il tema in discussione potrebbe essere il seguente: la persona
dipendente, soprattutto nel caso in cui lo sia da sostanze
illecite (e non entro nel merito della adeguatezza o meno
della legislazione) può malvolentieri subire pretese
di controllo da parte di congiunti o terze persone in genere
che, in tal modo, vorrebbero contribuire
all'orientamento verso l'astinenza e al suo mantenimento.
Se le cose stessero così, e soltanto così,
non avrei alcuna esitazione ad avversare e scoraggiare ogni
tendenza al "controllo".
Tuttavia io ritengo che, in certe situazioni, il "dramma
di controllo" non sia unidirezionale ma che, piuttosto,
ne esista una forma assolutamente speculare che potrei definire
"dramma del controllo avverso". Ovvero: "io faccio
quel cavolo che mi pare e non devo risponderne a nessuno",
quindi controllo che tu non mi controlli.
Personalmente ritengo che, laddove si tratta di dipendenze,
sia il "dramma di controllo" che quello di "controllo avverso"
segnino una situazione reciproca di conflittualità/dipendenza
ben lungi dal consentire significativi progressi. Non mi
sorprendono, in tali condizioni, pesanti ricadute, anche
a lungo termine. Magari segnate da ripetitive
rivendicazioni e rimostranze.
Il concetto credo sia sempre lo stesso: se due individui
vivono indipendentemente l'uno dall'altro, nessuna ragione
di "controllo" o di "controllo avverso" dovrebbe e potrebbe
profilarsi. Ma se ha luogo una qualche interazione, o convivenza,
le possibilità di crisi
nel particolare ambito aumentano.
Sì, certo, ognuno deve pensare a se stesso e al proprio
percorso. Ma la vita non è fatta solo di terapia
e spiritualità. O perlomeno terapia e spiritualità
non penso debbano essere considerate "panacea". E poi non
credo neanche che la terapia e la spiritualità siano
solo e soltanto questioni "individuali" da cui tagliare
fuori integralmente la dimensione relazionale nei vari contesti
in cui si esplica, anzi. In questo senso, a mio avviso,
il concreto quotidiano ci pone motivi e situazioni che,
per non ricadere nel "controllo" e nel "controllo avverso"
richiedono molto impegno, autentico, da ogni interlocutore.
Impegno nel chiarire i termini delle relazioni reciproche,
ove possibile, e delle prerogative di ciascuno. Fermo restando
che non mi sembra assurdo che, a fronte di aiuti e impegni
assunti, possano essere richieste garanzie. Altrimenti,
ove non fosse possibile pervenire a intese nel merito, è
sempre possibile scegliere la reciproca
e integrale indipendenza, in ogni senso e in ogni
ambito.
Altrimenti, temo, il dramma del controllo e del controllo
avverso non potrà che presentarsi e ripresentarsi
periodicamente, senza soluzione di continuità, con
tutti i suoi sgradevoli e non edificanti corollari.
AA
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