Non
é facile affrontare il tema che dà titolo
a questo scritto. Improponibile, mi sembra, la pretesa di
esaurirlo. Ma impossibile, credo, eluderlo. E non mi riferisco
solo a tossicomania e dipendenze varie, ma in generale alle
esperienze di vita, più o meno travagliate, degli
esseri umani. Secondo Freud, tanto per citare, il senso
di colpa sarebbe, addirittura, la pietra
angolare della civiltà umana, il suo fondamento.
Per quanto concerne gli argomenti che trattiamo, mi sembra
che il senso di colpa, sia per quanto riguarda i familiari,
sia per i "diretti interessati", costituisca, in uscita
dalla narcosi, uno scoglio inevitabile
col quale confrontarsi e oltre il quale navigare evitando
violente collisioni e naufragi. Insomma, uno scoglio abbastanza
rischioso e ostico.
Io, da questo punto di vista, non credo che cambi molto
ponendo l'accento sulla natura di "malattia" della td o
sulle sue implicazioni "morali" (e "morale", a mio avviso,
non é uguale a "moralismo", né da associare
necessariamente a "vizio"). Non vedo un grosso scarto: se
io, nei confronti della mia "malattia", posso, a poco a
poco, in situazioni adeguate, con l'aiuto degli altri, imparare
a esercitare un controllo, dunque scegliere, decidere, valutare
i miei comportamenti, orientarli, aggiustarli, non sto,
proprio per questo, esercitando una facoltà "morale"?
Relativamente a ciò che, per me e secondo me, é
più opportuno?
Ciò che penso é che l'elaborazione
personale del senso di colpa può essere un
fatto importante. Si rischia di rimanerne schiacciati, di
soccombere accrescendolo progressivamente, come per un effetto
valanga. Ma credo anche che la civiltà occidentale,
nella sua cultura di base, soprattutto nelle sue radici
cristiane (cui, a mio avviso, più o meno esplicitamente
molti gruppi di aiuto e di auto aiuto si ispirano), disponga
di potentissimi anticorpi al virus.
Di fronte a una vittima "in fieri", per "colpa" contestata,
qualcuno chiese: "chi scaglia la prima pietra?" E questo,
a mio avviso, significa in primo luogo non produrre condanne
e vittime. A quanto sembra nessuno scagliò la prima
pietra. Come mai? Forse che ciascuno avvertì in se
stesso una qualche "colpa"? Perché, allora, scagliare
pietre contro se stessi o negare la morale (che poi bisognerebbe
intendersi su cosa sia)? Non credo sia questa l'alternativa,
soprattutto se qualcun altro non ci lapida ed é aduso
a non esserlo, lapidato. Insomma, anche riguardo una "malattia",
perché considerare la "responsabilità" alla
stregua di un giudizio, di una condanna (magari nei confronti
di se stessi), piuttosto che come un fatto generalmente
umano, che ci accomuna e che é possibile, a poco
a poco, affrontare con serenità e accettazione?
Secondo questa prospettiva, io non credo che la "resa dei
conti" col senso di colpa possa avvenire "una volta per
tutte". Piuttosto la vedo come una elaborazione progressiva,
una lenta "rappacificazione", da curare con costanza e dedizione.
Da questo punto di vista, personalmente e sinceramente,
mi lasciano una certa perplessità i "colpi di spugna".
Mi sento più propenso a considerare favorevolmente
una cura costante, piuttosto che la ricerca di una soluzione
"una tantum". E considero quest'ultima con un certo sospetto,
come se potesse celare subdole insidie.
A mio avviso, comunque, questo è un ambito in cui
ciascun essere umano, tossicodipendente o meno, é
chiamato a fare i conti con se stesso, autonomamente. Molto
prima che con gli altri e con ciò che possono pensarne
o indurci a pensare. Da quest'ultimo punto di vista, una
questione mi sembra altresì importante: l'orientamento
verso se stessi: io penso che, a volte, o forse spesso,
il senso di colpa possa anche diventare una delle tante
maschere della dipendenza stessa,
oltre che favorirla. Sentirsi in colpa "verso" gli altri,
nei loro confronti, può a mio avviso falsare le relazioni
e il loro contenuto. Forse, anche dal punto di vista relazionale,
le cose potrebbero svilupparsi più fluide sulla base
di un preventivo chiarimento personale. Ma anche questo,
vale soltanto riguardo la dipendenza e i suoi "annessi e
connessi"? O é pur vero che ciascuno, se pregiudica
i rapporti con gli altri (fino a svilupparne senso di colpa)
lo fa perché ha pregiudicato e continua a pregiudicare
fondamentalmente il rapporto con se stesso?
Sembra che spesso la "colpa" sia un fardello
insostenibile da scaricare su un qualche capro espiatorio,
compresi se stessi.
Mi sembra che il senso di colpa abbia molte facce: alcune
utili e costruttive, altre inutili e distruttive. Non credo
che vada "negato". Ma neanche "gonfiato". Io non sono responsabile
di tutti i mali del mondo e forse neanche dei miei o di
parte di essi. Comunque, per quanto mi riguarda, preferisco
focalizzarmi su ciò che, per me stesso, dipende da
me, nel bene e nel meno bene. Per comportarmi di conseguenza.
Diceva Jacques Lacan, celebre psicanalista: "dove c'é
tradimento del desiderio, c'é senso di colpa".
Io ritengo che il senso di colpa vada "ascoltato", anche
e soprattutto in se stessi. Purché sappia parlare
sottovoce e con toni delicati, amichevolmente. E purché
accetti di presentarsi in questa veste. Altrimenti, se dovesse
urlare, insopportabile cerbero, ne proporrei il preventivo
addestramento. E noi, nel frattempo, potremmo munirci di
buoni tappi per le orecchie rileggendo, comodamente seduti,
il citato passo dei Vangeli.
AA
Se
desideri leggere alcuni commenti relativi a questo scritto
clicca
qui
Se
desideri esprimere commenti relativi a questo scritto, puoi
usare la bacheca "approfondimenti
e opinioni"