Il
termine che dà titolo a questo scritto viene spesso
utilizzato in riferimento a familiari o congiunti di persone
coinvolte nella dipendenza. L'aneddotica é, al riguardo,
abbastanza vasta e variegata. Tuttavia non intendo soffermarmi
sugli aspetti pratici di tale "fenomeno", bensi desidero
provare a delinearne, nei limiti delle mie capacità
e della fallacia del mio punto di vista, alcune caratteristiche
per così dire, "di fondo".
Vengo e mi spiego. (O perlomeno ci provo).
In generale potremmo dire che per "codipendenza" si intende,
in "certi ambienti" (e senza volere colpevolizzare alcuno)
la messa in atto più o meno consapevole, da parte
dei familiari, di una serie
di comportamenti e/o atteggiamenti che hanno l'effetto diretto
o indiretto di "sostenere" la dipendenza del congiunto.
Questo punto di vista può essere accettato, criticato
o rifiutato anche perché, fondandosi su affermazioni
alquanto generiche, difficilmente può rendere conto
della realtà effettiva delle particolari situazioni.
Ad ogni modo io penso che, al di là degli specifici
comportamenti, possa essere utile riflettere sul "substrato"
emotivo da cui traggono origine.
In questo ultimo ambito, quello emotivo, pur non volendo
generalizzare, sono dell'opinione che in certe situazioni
(soprattutto riferite a familiari di sesso femminile) la
"codipendenza", indipendentemente dal "sostegno" o meno
al congiunto, vada considerata per se stessa. E cioé
una vera e propria dipendenza del
familiare dal congiunto dipendente. Intendiamoci,
non intendo fare di tutta l'erba un fascio, anche perché
non di rado altri familiari, magari di sesso maschile, possono
"vivere" le cose in modo alquanto differente.
Smettere di usare sostanze e consolidare progressivamente
la propria sobrietà non é facile, emotivamente
parlando.
Smettere un certo tipo di approccio nei confronti del familiare
dipendente può presentare, forse, difficoltà
molto simili.
In taluni casi il parallelismo può condurci, a mio
avviso, di fronte ad analogie davvero sconcertanti.
Ricordo un familiare, di sesso femminile, angosciato dalla
sorte del proprio congiunto dipendente. E proprio in concomitanza
dell'esordio del proprio congiunto in un percorso d'astinenza,
questo familiare paventava angosciandosi, per certi aspetti
ossessivamente (al di là delle effettive probabilità,
comunque significative, dell'evento) l'imminente ricaduta
del congiunto o altri inevitabili e permanenti guai connessi
allo stato mentale di quest'ultimo.
Come quando, durante una crisi di astinenza, si é
"compulsi" verso qualcosa che si sa essere fortemente connessa
al proprio malessere e che sembra "dominare". Come una sorta
di coazione a ripetere maligna.
In situazioni del genere mi sembra che gli stati d'animo
dei familiari possano essere straordinariamente simili a
quelli delle persone dipendenti: ossessività,
compulsività, depressione, senso di vuoto, sbalzi
dell'umore. Una vera e propria sindrome d'astinenza con
possibili recidive.
Quando (garbatamente e senza volpevolizzare nessuno) si
dice che i familiari devono fare il proprio percorso in-dipendente
si dice, a mio avviso, una cosa sacrosanta. E non a caso
molte organizzazioni si attrezzano in questo senso.
"Ma io non so se riuscirò mai a trovare una mia serenità
indipendentemente dal mio congiunto", mi diceva quella familiare.
Esattamente come il suo congiunto, dopo solo pochi giorni
di astinenza, avrebbe detto: "ma io non so se riuscirò
mai a trovare la mia serenità indipendentemente dalla
sostanza".
Secondo me la risposta, in entrambi i casi, é: sì,
é possibile. Come é possibile ricostruire
i rapporti nel tempo (non poco) dopo averne attentamente
risistemato o cambiato le basi.
AA
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