Un
capitolo a sé, a latere di quanto riportato a proposito
delle sostanze d'abuso, meritano i cosiddetti "antagonisti"
degli oppiacei. Non si tratta di sostanze in grado di produrre
significativi effetti psicotropi e neanche di indurre assuefazione,
tolleranza e dipendenza, tuttavia Naloxone
e Naltrexone (questi i due antagonisti maggiormente
in uso), meritano di essere considerati attentamente per
la loro specificità d'azione.
Le
due molecole, strutturalmente simili, hanno diversa
durata
d'azione: poche ore per il naloxone, oltre le 24 ore per
il naltrexone. Entrambe agiscono legandosi ai recettori
degli oppiacei all'interno dell'organismo umano: si tratta
di strutture biologiche sensibili a molecole come la morfina,
l'eroina
e il metadone
e ad altre sostanze (oppioidi
endogeni) che il nostro organismo,
in condizioni normali, produce naturalmente in concentrazioni
appropriate. Gli antagonisti, "occupando" i recettori,
impediscono che eroina, morfina e simili possano esplicare
il loro effetto,
anche neutralizzandolo se già in atto.
Questo
meccanismo d'azione, alquanto specifico, consente non indifferenti
applicazioni. In primo luogo va tenuto presente che il naloxone
(se tempestivamente somministrato) si rivela prezioso strumento
nell'evitare l'esito fatale delle
overdose. In questo senso il naloxone (Narcan) è
un importantissimo farmaco di pronto
intervento e ne è obbligatoria la disponibilità nei
presidi sanitari pubblici e nelle farmacie.
Il
naltrexone, per via della durata d'azione prolungata, può
venire utilizzato come coadiuvante in percorsi mirati all'astinenza,
rendendo i consumatori insensibili ad eventuali assunzioni
di stupefacenti oppiacei.
Gli
antagonisti devono essere usati con oculatezza, ciò per
svariati motivi. Innanzitutto, in relazione ai dosaggi e
al grado di intossicazione delle persone, gli antagonisti
possono scatenare crisi di astinenza di varia intensità.
Poi va considerato che la durata d'azione del naloxone è
inferiore a quella degli oppiacei agonisti (morfina, eroina,
metadone e simili), dunque i sintomi di overdose possono
ripresentarsi nel giro di poche ore (ad esaurimento dell'effetto
antagonista) e ciò richiede l'attento monitoraggio delle
persone in overdose per eventuali successive somministrazioni.
Inoltre va tenuto presente che l'insensibilità agli oppiacei,
prodotta dagli antagonisti, può paradossalmente indurre
a ripetute somministrazioni di eroina o simili, in cerca
dell'effetto desiderato. E ciò rappresenta un notevole fattore
di rischio, relativamente a possibili overdose allo scemare
dell'effetto antagonista. Possibilità peraltro rinforzata
dalle spiccate tendenze compulsive prevalenti in certe condizioni.
Ancora, non va trascurato il fatto che, nel caso di trattamenti
prolungati con antagonisti (naltrexone), periodi più o meno
duraturi di insensibilità (e dunque di astinenza) riducono
la tolleranza agli oppiacei agonisti e dunque espongono
ad overdose laddove il consumo sia ripreso alle dosi usate
durante precedenti condizioni di assuefazione (rischio,
quest'ultimo, peraltro comune a tutte le ricadute successive
a periodi di astinenza).
In
ogni caso, per quanto riguarda trattamenti prolungati con
antagonisti, bisogna considerare che lo strumento farmacologico,
per quanto possa costituire un appoggio, più o meno temporaneo,
rappresenta comunque una delega a sostanze esterne e non
ancora una completa autogestione verso l'autonomia. Inoltre
la specificità degli antagonisti è tale da non consentire
alcuna difesa nei confronti di molte altre sostanze (cocaina,
psicofarmaci, amfetamine, etc.), con relativa possibilità
di spostamento dei comportamenti compulsivi e d'abuso. Infine,
non bisogna trascurare il fatto che, per ritrovare gli effetti
degli oppiacei agonisti, è sufficiente "dimenticare" (più
o meno deliberatamente e consapevolmente) di proseguire
l'assunzione di antagonisti.
Per
tutti questi motivi, appare alquanto verosimile che anche
l'eventuale uso di antagonisti, lungo percorsi orientati
all'astinenza e alla sobrietà, non possa prescindere da
consistenti motivazioni e dall'attenta ricerca di consapevolezza
riguardo ai tanti fattori che, in ciascuna particolare situazione,
possono o meno rivelarsi coerenti con l'obiettivo eletto.
Breve
inciso riguardo al naloxone: alcuni studi sperimentali indicano
che tale farmaco interferisce con l'effetto placebo, inattivandolo.
Secondo la traccia fornita da tale prospettiva, da confermare
e approfondire, meccanismi fisiologici e biochimici fornirebbero
l'humus su cui possono verificarsi effetti terapeutici "sine
materia". Così come prefigurato, nella prima metà del '900,
da S. Freud.
A
conclusione di questa breve nota informativa ricordiamo
che, accanto agli oppiacei "agonisti puri" (es. eroina)
e agli "antagonisti puri" (es. naloxone), esistono anche
i cosiddetti "agonisti/antagonisti" (es. buprenorfina),
che esplicano differenti azioni nei diversi tipi di recettori
presenti nell'organismo.