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Aids e Hiv

Della Sindrome da Immunodeficienza Acquisita, nuova malattia contagiosa, si iniziò a parlare nel 1981, al "Center for Disease Control di Atlanta", in Georgia (USA).

Qualche anno prima erano stati scoperti i "retrovirus", agenti patogeni fino ad allora sconosciuti, nei quali un particolare enzima, la trascrittasi inversa, consente al RNA (anziché comportarsi da semplice "messaggero", come nei virus "tradizionali") di costruire una copia di DNA che va a integrarsi nel patrimonio genetico (DNA) delle cellule ospiti.

Nel caso del virus Hiv, individuato da Robert Gallo e Luc Montagnier quale agente patogeno dell'Aids, cellule bersaglio sono i linfociti T (helpers), deputati alla produzione di anticorpi nel sistema immunitario.

Nel 1984 Margaret Heckler, Ministro della Sanità statunitense e Robert Gallo, virologo dell'Istituto Superiore di Sanità, nel corso di una conferenza stampa, divulgarono l'esistenza della nuova malattia infettiva.

Il rapporto causale fra Hiv ed Aids è stato oggetto di studio e ha dato luogo a differenti punti di vista. Ciò in relazione a varie peculiarità nel decorso della malattia e nella epidemiologia della medesima.

L'esistenza di un rigido nesso monocausale fra Hiv e Aids è stato messo in discussione anche in qualificati ambienti scientifici. Tale dibattito ha coinvolto insigni scienziati, tra cui Kary B. Mullis, Nobel per la Chimica nel 1993 per aver scoperto la Polimerase Chain Reaction (un metodo di amplificazione del DNA applicato pure nello studio dell'Hiv) e Peter Duesberg, Professore di Biologia Molecolare presso l'Università di Berkeley (California), nonché studioso ed esperto di rilievo internazionale proprio in materia di retrovirus.

Coloro i quali considerano problematicamente il nesso fra virus Hiv e Aids considerano significativi vari elementi.

In primo luogo si nota una correlazione aleatoria fra i risultati dei test (mediante i quali viene accertata la presenza di anticorpi al virus e dunque, indirettamente, la presenza di questo) e la malattia stessa. Non sempre la sieropositività evolve in malattia e, viceversa, in condizioni di sieronegatività (assenza del virus) si registrano nella letteratura medica configurazioni patologiche per molti aspetti sovrapponibili all'Aids.

Altro elemento di incertezza è costituito dalla definizione stessa della malattia, che per sua stessa natura (abbattimento delle difese immunitarie e conseguente esposizione ad agenti patogeni "opportunisti") sembra più un contenitore di altre patologie. Tale situazione induce qualcuno a suggerire che la stessa malattia, ad esempio la tubercolosi, in presenza di un test Hiv positivo sarebbe diagnosticata come Aids, in assenza di positività al test come "semplice" tubercolosi.

Altro elemento peculiare e che non manca di sollevare dubbi é il lunghissimo tempo di incubazione supposto, enormemente superiore a quello di ogni altra malattia virale. L'incubazione del virus Hiv, inizialmente indicata in un tempo di circa diciotto mesi, è stata progressivamente innalzata, fino a raggiungere i 10 - 14 anni e oltre.

Controverse anche le ipotesi relative alla genesi storica dell'infezione in gruppi umani. Secondo l'ipotesi prevalente il virus Hiv sarebbe transitato, adattandosi, dai primati (scimpanzé) all'uomo in alcune regioni dell'africa centrale. Ciò sarebbe avvenuto tra la fine degli anni '50 e l'inizio dei '60 del secolo scorso, per contatto di sangue all'interno di pratiche venatorie o legate a riti tribali. Da allora il contagio sarebbe rimasto circoscritto, fino ad approdare ed espandersi nelle isole caraibiche e in alcune città degli Stati Uniti e del Nord Europa durante gli anni '70.

Questa ipotesi non è universalmente accettata e altre, in alcuni casi inquietanti, ne sono state formulate. Fatto sta che nel 1979, a New York, si registrò il primo caso conclamato di Aids; altri casi furono individuati fra la popolazione omosessuale della "grande mela".

Ad ogni modo, seppure esistano margini di incertezza relativamente alla genesi della malattia e, per certi aspetti, alla sua stessa natura, allo stato attuale sono disponibili non indifferenti conoscenze riguardo ad essa e al virus cui è correlata.

L'Hiv appartiene, come già detto, alla famiglia dei Retrovirus, classe Lentivirus. Ne sono stati individuati due sierotipi: il primo diffuso a livello mondiale, il secondo circoscritto ad alcune regioni dell'Africa Occidentale.

Il virus, che misura 90-100 nm, è costituito da un involuco fosfolipidico esterno (envelope) comprendente alcune glicoproteine che, fra varie funzioni, assolvono anche quella di consentire il legame con gli specifici recettori delle cellule ospiti (CD4+). E' altresì costituito da una parte centrale (core) che comprende l'acido nucleico (2 coppie di RNA a singola elica) e vari enzimi (fra cui la trascrittasi inversa) che presiedono alla replicazione del microrganismo.

L'Hiv si trasmette attraverso contatti di sangue, sperma, secrezioni vaginali. Il contagio può avvenire anche da parte di individui sieropositivi che non hanno sviluppato sintomi.

Il contagio attraverso il sangue può avere luogo in conseguenza dell'uso di siringhe già adoperate da una persona sieropositiva. Questa modalità di contagio non è rara fra persone tossicodipendenti. Può altresì avvenire per trasfusione di sangue o trapianti d'organo, come di fatto succedeva prima dell'introduzione dei test per gli adeguati controlli dei prodotti emoderivati, a partire dal 1986. Anche pratiche estetiche e sanitarie non adeguatamente sostenute da misure di precauzione (es. tatuaggi, piercing, etc.) possono dare luogo a contagio. Il rischio di infezione per puntura accidentale da siringa usata é significativo solo nel caso di presenza di sangue fresco.

I rapporti sessuali costituiscono altresì ambito particolarmente a rischio di contagio quando uno dei partner sia sieropositivo. Tutte le pratiche sessuali che comportano contatto non protetto con fluidi vaginali e seminali sono potenzialmente a rischio. Il contagio per via sessuale, dapprima prevalentemente diffuso in ambito omo, tende a verificarsi con sempre maggiore frequenza attraverso rapporti eterossessuali.

La gravidanza costituisce un altro ambito tutt'altro che trascurabile relativamente alla possibilità di contagio: i nuovi nati da madri sieropositive hanno il 20% di probabilità di essere a loro volta sieropositivi e nella maggior parte dei casi sviluppano significative patologie entro i due anni di età.

In relazione a quanto esposto la prevenzione del contagio rende opportune alcune scrupolose e importanti norme di comportamento: mai usare siringhe già adoperate; evitare l'uso comune di oggetti taglienti o pungenti quali rasoi, forbicine, spazzolini da denti, spazzole rigide. Evitare rapporti sessuali occasionali non protetti. Fare il test di sieropositività in prospettiva di maternità e in ogni occasione di potenziale esposizione al virus. Tali misure di prevenzione acquisiscono importanza ancora maggiore in relazione al fatto che, allo stato attuale, non esiste uno specifico vaccino contro l'infezione da Hiv e neanche una cura risolutiva.

Ad ogni modo, si deve tenere presente che non esistono significativi rischi di contagio legati alla convivenza e ai contatti usuali. Il virus non può trasmettersi attraverso strette di mano, abbracci, baci, carezze, starnuti, lacrime, sudore, urina, feci, punture di insetti. L'uso comune di servizi igienici e stoviglie non comporta rischi. L'Hiv non resiste a temperature superiori a 60° ed è inoltre inattivato dalla candeggina.

Per quanto riguarda gli accertamenti di sieropositività, attualmente sono disponibili diverse metodiche o test che consentono di verificare l'eventuale avvenuto contagio. Va considerato che gli anticorpi all'Hiv si formano mediamente intorno ai due mesi dall'avvenuto contatto col virus, tale tempo può tuttavia estendersi fino ai 6 mesi. Di ciò va tenuto conto per organizzare un calendario di controlli adeguato. In genere si consiglia di effettuare e replicare il test a distanza di due e sei mesi dalla possibile esposizione al contagio. Con l'espressione "periodo finestra" si intende quello durante il quale una persona che ha già contratto l'infezione non ha ancora sviluppato gli anticorpi cui sono sensibili i test.

I test sono gratuiti e riservati e possono essere effettuati presso le Aziende Sanitarie Locali, le Aziende Ospedaliere, le Cliniche Universitarie. E' opportuno sottoporsi al test laddove si sia verificata esposizione, anche in periodi remoti, a situazioni "a rischio". Test particolarmente sofisticati vengono effettuati presso specifici laboratori dei principali centri specializzati nella diagnosi e cura delle malattie infettive.

Le tipologie di test sono tre: l'EIA (enzyme immunoassay) che ha una sensibilità del 99,9%, pari specificità, e che rappresenta il metodo standard per lo screening; tale test si basa sulla ricerca di anticorpi a specifici componenti dell'HIV 1 e dell'HIV 2. In molti laboratori si procede a una sequenza di due test EIA sullo stesso campione. In caso di risultato positivo si procede al test di conferma Western Blot (WB), che prevede la ricerca di anticorpi a specifiche proteine dell'HIV 1; il WB viene usato come metodica di controllo piuttosto che diagnostica anche perché comporta risultati falsi positivi in circa il 2% dei casi. Terza metodica di accertamento è la PCR (Polymerase Chain Reaction); si tratta di un procedimento sofisticato e costoso che consente di evidenziare (amplificandole) minime sequenze geniche di determinati microrganismi.

In caso di presenza del virus, come si manifesta la malattia?

Per rispondere va ribadito che per Aids si intende la fase sintomatica correlata all'infezione da Hiv, che si esprime in una progressiva immunodepressione la quale espone l'organismo a patologie cosiddette opportunistiche e/o a tumori.

Molti sono gli elementi variabili lungo il decorso della malattia e molti i fattori che sembrano poterlo influenzare. Anche la possibilità di contagio, d'altronde, sembra essere collegata a fattori aleatori, sia sul versante del virus (ceppo e carica virali, tempi di esposizione), sia su quello dell'ospite (stato di salute generale dei singoli individui). In ogni caso, a contagio avvenuto, la velocità di progressione della malattia è molto variabile nei singoli individui. L'infezione è usualmente seguita da una fase asintomatica la cui durata è altresì imprevedibile e che può prolungarsi a lungo. Oltretutto la "storia naturale" dell'infezione da HIV è relativamente recente e non consente quantificazioni definitive. L'età, la preesistenza o meno di altri virus nell'organismo (Hbv, Hcv, Citomegalovirus, virus di Epstein Barr), la concomitanza di altri disturbi, la terapia antiretrovirale, la condizione di dipendenza attiva possono influenzare sensibilmente, in un senso o nell'altro, il decorso della malattia. Decorso che, lo si ribadisce, in ogni caso è estremamente variabile e difficilmente prevedibile in ogni singolo individuo.

E' molto nutrito, purtroppo, l'elenco delle patologie "opportunistiche" tipicamente correlate all'infezione di Hiv. Si riscontrano forme di polmonite a volte atipiche, microbatteriosi, candidosi, aspergillosi, varie altre infezioni da funghi, da citomegalovirus, retiniti, encefaliti, surrenaliti, esofagiti, enteriti, specifici sarcomi, linfomi e carcinomi, peculiari forme di dementia, neurotoxoplasmosi, e altre malattie.

Come già accennato non esiste una cura "risolutiva" dell'infezione da Hiv in base alla quale il virus possa essere eradicato. Esistono tuttavia molti farmaci usualmente adoperati per controllare il virus e le sue conseguenze negative sul sistema immunitario. Tali farmaci sono noti come "antiretrovirali". Svariate le molecole comprese in questa classe di medicamenti: vengono adoperate selettivamente (a volte anche in combinazione) a seconda delle specifiche condizioni individuali e delle diverse fasi dell'infezione. Non è tuttavia trascurabile il problema della tossicità dei trattamenti antiretrovirali che, seppure abbiano nettamente contribuito ad innalzare le aspettative di vita delle persone contagiate e la qualità di vita medesima, possono produrre disturbi di varia natura e anche di entità grave.

In relazione alle cure sembrano altresì importanti variabili di tipo psicologico e relazionale, legate ai vissuti delle persone sieropositive e al contesto sociale in cui la malattia viene affrontata.

Allo stato attuale nel mondo sono oltre 36 milioni le persone sieropositive, di cui il 95% è concentrato nell'Africa sub-sahariana e nel sud-est asiatico. Preoccupa l'incremento dei contagi nei paesi dell'ex Unione Sovietica, raddoppiati negli ultimi anni. In Italia sono stati finora diagnosticati circa 50.000 casi di Aids e a partire dal 1996 si osserva un decremento di nuovi casi accertati. Si registra inoltre la diminuzione della percentuale di contagi presso la popolazione tossicodipendente rispetto a quelli per contatto sessuale. Parallelamente cresce sul totale la percentuale di individui di sesso femminile. Si stima che il numero delle persone sieropositive in Italia sia attualmente di circa 100.000. Tale cifra sembra essersi stabilizzata nel corso degli ultimi anni.

 

 

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